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Romiti: Bri strumento di stabilità internazionale. L’Italia punti su partnership in “nicchie tecnologiche”

11.04.2018

di Cristian Fuschetto

Pubblicato su Civiltà del Lavoro, 1/2018

Lanciata nell’autunno del 2013 da Xi Jinping, la “Belt and Road Initiative” (Bri) è il più grande programma al mondo in termini di infrastrutture. Accanto alle nuove rotte commerciali, assisteremo alla ridefinizione di un nuovo ordine mondiale anche in termini geopolitici. In questo quadro che ruolo potrà giocare l’Europa?
La Nuova Via della Seta ha la potenzialità e l’ambizione di rappresentare un cambiamento epocale nel modo in cui la Cina guarda al mondo e, allo stesso tempo, nel modo in cui il mondo guarda alla Cina. La Belt and Road Initiative (BRI) non è solo un piano infrastrutturale, ma è finalizzato a stabilire solide cooperazioni economiche e politiche tra gli oltre sessanta Paesi coinvolti dando nuova linfa ai processi di globalizzazione. BRI si pone l’obiettivo di essere un progetto mutualmente vantaggioso per Pechino e per i Paesi coinvolti, non solo sostenendo il rilancio dei commerci internazionali, ma anche favorendo l’esportazione di capacità produttiva cinese e rafforzando allo stesso tempo l’industrializzazione lungo le due direttrici previste, quella marittima e quella terrestre. Queste due nuove vie stringeranno ancora di più i legami tra Europa e Cina: secondo i piani del Governo cinese, infatti, la Nuova Via della Seta sarà un’opportunità per l’Europa di stabilire un rapporto privilegiato con la Cina, bilanciando lo spostamento dell’asse della politica estera mondiale dall’Atlantico al Pacifico. Nonostante le divergenze dopo il mancato ingresso di Pechino nel WTO e le accuse di dumping da parte delle imprese europee nei confronti della Cina, l’Unione Europea è nella posizione giusta per dare una svolta ai suoi rapporti con la Cina, in un momento storico di incertezza e disarmonia. L’Unione Europea dovrà essere unita e parlare con una voce sola nei confronti di Pechino per meglio cogliere le opportunità offerte dalla Nuova Via della Seta e riuscire a ritagliarsi un ruolo nello scenario internazionale, che le permetta di portare il suo contributo alla costruzione di un nuovo ordine globale.

Da “paese-continente” isolato, economicamente autonomo e protetto dalla Grande Muraglia, la Cina è diventata dipendente dalle vie di comunicazione. Questa apertura “forzata” può essere considerata come una garanzia per la pace internazionale?
Nel suo discorso di apertura al Forum “Belt and Road” del maggio scorso, il presidente Xi Jinping ha voluto sottolineare come la Nuova Via della Seta possa diventare un mezzo per promuovere pace e prosperità in tutto il mondo. Lasciando stare l’etichetta di “alfiere della globalizzazione”, che da più parti gli è stata appiccicata, bisogna dire che la Cina si sta ritagliando l’immagine di potenza responsabile e pacifica, in un momento storico che vede da una parte la tumultuosa presidenza di Donald Trump e dall’altro la minacciosa potenza nucleare di Kim Jong-Un. Parlare di garanzie è difficile, ma certo va registrato un maggiore attivismo cinese e un accresciuto senso di responsabilità di Pechino nei confronti della governance mondiale. Un ruolo prettamente economico in un momento in cui il pianeta ancora stenta a riprendersi da una crisi iniziata dieci anni fa. Questa situazione non favorisce certo la diffusione delle merci cinesi nel mondo, che la Via della Seta vorrebbe spingere e che da più parti, attraverso lo strumento dei dazi, si cerca invece di frenare. Di certo da Pechino ci sarà una crescente domanda di stabilità nelle aree oggetto degli investimenti cinesi e sarà interessante capire quale strategia adotterà la Cina per garantire tale stabilità, senza mettere in discussione i principi di non ingerenza e di non interferenza negli affari interni che costituiscono la base della politica estera cinese. Probabilmente osserveremo una graduale ascesa del coinvolgimento cinese negli scenari di crisi e bisognerà prendere atto del fatto che la Cina è sempre più un partner politico e non solo economico.

Il Mediterraneo rappresenta lo sbocco naturale della via marittima. L’Italia è pronta a sfruttare la sua posizione strategica o vede delle criticità? Se sì, cosa la preoccupa maggiormente?
La Via della Seta è un progetto pluriennale ma sin da questi anni l’Italia dovrà essere in grado di cogliere le opportunità che la BRI potrà offrire alle nostre imprese nei territori e nelle regioni che verranno coinvolte dal progetto.  Di sicuro il nostro Paese deve giocare con ancor più forza e decisione le proprie carte da un punto di vista diplomatico, senza dare per scontato o naturale un suo effettivo coinvolgimento nella Nuova Via della Seta. La Belt and Road Initiative può rappresentare uno straordinario vettore di investimenti e crescita, e dunque un importante contributo allo sviluppo ed alla stabilità, purché tutti i Paesi coinvolti sappiano dedicarvi la necessaria attenzione politica e promuovere gli investimenti sul percorso. L’interesse italiano nei confronti del progetto è evidente. Da un lato, adottando la prospettiva più pratica nel breve periodo – quella infrastrutturale – l’Italia potrebbe essere coinvolta direttamente dalla direttrice marittima della Nuova Via della Seta, che prevede come terminale europeo l’Alto Adriatico. Tuttavia sarebbe opportuno cogliere l’opportunità logistica offerta da BRI anche sul piano terrestre, sin dalle fasi iniziali di un progetto che ha l’ambizione di caratterizzare i prossimi decenni delle relazioni fra Europa e Cina. L’Italia dovrebbe avviare una seria riflessione su come poter intercettare la volontà cinese di collegare più industrie nazionali alle proprie esigenze produttive e considerare la possibilità di cooperare con le aziende cinesi in progetti da realizzarsi in Paesi terzi, soprattutto sfruttando competenze in nicchie (soprattutto tecnologiche) non ancora sviluppate da Pechino. Nell’ottica di diffondere quanto più la conoscenza e le possibilità offerte da questo progetto, la nostra Fondazione si è spesa in prima persona, grazie anche al suo ruolo di unico referente per l’Italia – insieme alla Camera di Commercio Italo Cinese – del Silk Road Business Council, un comitato che riunisce soggetti istituzionali e di promozione economica operanti nei Paesi che geograficamente si trovano lungo la Via della Seta, proprio per individuare occasioni di collaborazione.

Il progetto Bri è anche uno straordinario strumento per avvicinare popoli, oltre che economie e prodotti. Come considera il livello di conoscenza della cultura cinese in Italia? C’è ancora molto da fare per avvicinare la cultura italiana a quella cinese? In questi anni molto è cambiato nel nostro modo di guardare alla Cina: un tempo sconosciuta, poi temuta, successivamente ambìta meta per molti imprenditori italiani, ed oggi anche fonte di investimenti nelle diverse economie mondiali. Nonostante rapporti culturali ormai millenari e rapporti diplomatici che celebreranno i 50 anni di storia nel 2020, c’è ancora molto da fare per avvicinare i nostri due Paesi. Alle difficoltà negli scambi commerciali corrisponde spesso un vero e proprio deficit culturale riguardo alla Cina ed è per questo che come Fondazione portiamo avanti un forte impegno nei campi della formazione e dell’informazione, grazie al nostro Centro Studi per l’Impresa (CeSIF) e a pubblicazioni come il nostro Rapporto Annuale e Mondo Cinese. Sostenere le realtà e le aziende italiane interessate a stringere rapporti con il mercato cinese, favorire il turismo cinese nel nostro Paese, sono infatti impegni importanti ma non sufficienti. Dobbiamo mirare a far avvicinare Italia e Cina anche da un punto di vista culturale. La nostra ricetta è quella di puntare sui giovani e sulla formazione alle imprese. Secondo i dati Uni-Italia, associazione che ho l’onore di presiedere nata con l’intento di favorire la presenza di studenti stranieri nelle università italiane, gli studenti cinesi sono in continua crescita e le loro pre-iscrizioni hanno registrato dal 2008 ad oggi un balzo di oltre il 321%. In questo percorso per avvicinare i nostri due Paesi la Fondazione è impegnata ormai da oltre 14 anni: con le nostre attività a favore delle imprese, con i corsi di lingua cinese per studenti e professionisti italiani e corsi di italiano a studenti cinesi (grazie al programma Marco Polo-Turandot), erogati dalla nostra Scuola di Formazione Permanente, che lavora anche a stretto contatto con il mondo delle scuole e del business con i suoi corsi di formazione aziendale. Puntare sui giovani e sul mondo delle imprese è anche la strada giusta per non farsi trovare impreparati quando sarà il momento di cogliere le opportunità in arrivo da Oriente.


Cesare Romiti è stato nominato Cavaliere del Lavoro nel 1978. È stato presidente e amministratore delegato
della Fiat, presidente di RCS e di Impregilo. Ha fondato ed è presidente della Fondazione Italia Cina. Nel corso
della sua carriera ha ricevuto numerosi riconoscimenti tra cui la cittadinanza onoraria della Repubblica Popolare Cinese.

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