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Strumento al servizio della semplificazione – A colloquio con Marco GAY | Civiltà del Lavoro 6/2023

03.02.2024

di Paolo Mazzanti

Articolo pubblicato nella rivista n.6/2023 di Civiltà del Lavoro

 

L’intelligenza artificiale suscita speranze e timori. Benché sia una tecnologia già in uso da tempo, i sistemi di IA generativa lanciati di recente sono quelli che hanno impresso un’accelerazione sulle possibili applicazioni. Ne abbiamo parlato con Marco Gay, presidente di Anitec-Assinform, l’associazione che in Confindustria raccoglie le imprese che operano nella produzione di software, sistemi e apparecchiature elettroniche e nella fornitura di soluzioni applicative e di reti, di servizi a valore aggiunto e contenuti connessi all’uso dell’Ict.

Presidente Gay, come l’IA influenzerà le nostre vite e la nostra economia?

A fine novembre 2022, OpenAI ha lanciato ChatGPT. Da allora, l’IA è stata al centro di un dibattito pubblico senza precedenti. Il motivo di tanta attenzione mediatica sta nel fatto che mai prima d’ora un sistema di IA così capace era stato reso disponibile per un pubblico così vasto. Sono convinto che l’IA migliorerà le nostre vite e ci renderà più produttivi, consentendoci di guadagnare tempo. Molti lavori cambieranno, ma sono convinto che l’elemento umano rimarrà al centro. Capacità come l’empatia e l’intelligenza emotiva, che definiscono delle soft skill uniche, continueranno ad essere qualità insostituibili e propriamente umane.

Ad ogni modo, l’impatto della tecnologia sul Pil potrà essere significativo solo se sapremo sfruttarla pienamente; serve quindi una maggiore diffusione di altre tecnologie abilitanti (es. Cloud o IoT) e una maggiore disponibilità di skill specialistiche nel mercato del lavoro italiano, che purtroppo parte già con un deficit di base.

Le nostre preoccupazioni non dovrebbero essere legate alla tecnologia in sé, quanto piuttosto alla capacità del nostro tessuto produttivo di utilizzare l’IA al massimo delle sue potenzialità. Le nostre imprese devono essere nelle condizioni di iniziare oggi ad adottare l’IA nei loro processi per non farsi trovare impreparate domani.

Nelle imprese l’Intelligenza artificiale sarà solo una tecnologia aggiuntiva o comporterà la reingegnerizzazione profonda dei processi?

Negli ultimi anni abbiamo ascoltato le testimonianze di molte aziende, di ogni dimensione e settore, che hanno adottato soluzioni di Intelligenza artificiale. Il fattore comune in queste esperienze è una spiccata visione di management orientata all’innovazione. Si tratta di un elemento che richiede per definizione una predisposizione al cambiamento. Per questo è evidente che l’IA non si limita a essere “una semplice tecnologia aggiuntiva” e che una reingegnerizzazione dei processi aziendali è necessaria.

Questa trasformazione non deve, però, essere intesa come un aumento della complessità. Al contrario, grazie all’innovazione tecnologica portata dall’IA, i processi tendono a semplificarsi. Un aspetto chiave di questa semplificazione è l’interazione uomo-macchina, resa più intuitiva e accessibile proprio dall’IA. A differenza di altre tecnologie digitali, l’IA “incontra” l’utente, facilitando interazioni che sono più naturali e meno tecniche. Ciò si traduce in sistemi capaci di comprendere e reagire in modi che si avvicinano alla comunicazione umana, rendendo la tecnologia più integrata nel flusso di lavoro e meno intrusiva.

Quali sono i settori produttivi dove l’Intelligenza artificiale potrà apportare maggiori mutamenti?

Nel lungo periodo sarà difficile trovare un settore che non sarà trasformato profondamente dall’Intelligenza artificiale, ma, con i dati di oggi, possiamo avere un’idea dei settori in cui l’IA sta pesando e crescendo di più.

In particolare, il settore del banking è probabilmente quello più avanti nell’adozione dell’Intelligenza artificiale. In questo settore, l’IA trova molte applicazioni: dai chatbot per le interazioni con i clienti agli strumenti di lettura intelligente dei documenti, fino ai dati sintetici o agli algoritmi di fraud detection basati sul rilevamento delle anomalie.

È importante sottolineare che, in tutti i settori, la qualità e la disponibilità dei dati di addestramento sono elementi cruciali per l’efficacia di queste applicazioni IA. La “data centricity”, ovvero la centralità e l’attenzione alla qualità dei dati di addestramento, è fondamentale. Dati accurati, dettagliati e rappresentativi sono essenziali per sviluppare soluzioni IA robuste, affidabili e scalabili.

Un settore che esalta particolarmente la centralità del dato è quello sanitario. Il comparto healthcare è il singolo verticale dove l’IA cresce di più. In questo campo nell’ultimo anno il mercato delle soluzioni di IA è cresciuto di oltre il 35%. Anche qui gli impieghi sono potenzialmente moltissimi e di grande impatto, penso agli algoritmi per la diagnosi precoce, agli impieghi in radiodiagnostica o alla medicina predittiva. E non dobbiamo sottovalutare le soluzioni basate sull’uso dei dati amministrativi per migliorare la gestione delle strutture.

Anitec-Assinform, insieme alla Piccola industria di Confindustria, ha condotto una serie di incontri con piccole e medie imprese. Come stanno rispondendo le nostre Pmi alla sfida dell’Ia?

Solo il 5,3% delle piccole imprese italiane impiega sistemi di Intelligenza artificiale. Questo dato ci preoccupa perché sappiamo bene che il nostro tessuto produttivo si fonda sulle Pmi e allo stesso tempo che l’IA è destinata ad essere una risorsa fondamentale per la competitività e la produttività del Paese. In altre parole, mai come ora è fondamentale impegnarsi per far conoscere sempre più la tecnologia, le sue potenzialità – e i suoi limiti – anche alle imprese che strutturalmente fanno più fatica ad abbracciare la trasformazione digitale. Nel 2023 insieme a Piccola industria abbiamo raccolto più di 35 casi di successo, tutti da Pmi provenienti dai settori della domanda di soluzioni tecnologiche e abbiamo raggiunto diverse centinaia di imprenditori attraverso sette eventi che hanno interessato tutta l’Italia. Abbiamo puntato sull’identificazione tra “relatore” e “platea” per stimolare l’interesse verso le nuove tecnologie e favorire – allo stesso tempo – una narrazione “pratica” e lontana da mistificazioni dell’Intelligenza artificiale. Nel 2024 replicheremo con altri otto eventi che spero avranno altrettanto successo.

L’Unione europea e gli Stati Uniti stanno varando regolamentazioni dell’Intelligenza artificiale. Quali sono i punti che valuta più importanti? C’è il rischio che una regolamentazione troppo stringente possa rallentare l’evoluzione dell’Ia?

Con l’AI Act, l’Europa ha cercato di ritagliarsi il ruolo di “trend-setter” della regolazione dell’Intelligenza artificiale. Il nostro continente non riesce ad avere lo stesso livello di investimenti di Stati Uniti e Cina e per questo motivo la Commissione europea ha puntato sull’introduzione di un Regolamento. L’idea alla base dell’azione della Commissione è “costringere” i player internazionali ad adattarsi a standard di sicurezza stabiliti in Europa. Negli anni però la tecnologia si è evoluta più velocemente rispetto alle aspettative dell’Ue e l’IA Act, che peraltro non ha ancora completato il suo iter legislativo, si è trovato a “rincorrere” gli sviluppi della tecnologia inserendo nuove regole – come quelle per l’IA generativa – sempre più restrittive e quindi rischiose di inibire l’innovazione. Dall’altro lato dell’oceano, invece, gli Stati Uniti, con l’Executive Order, enfatizzano la promozione di standard e best practice, con un forte accento sull’innovazione, mirando a guidare lo sviluppo dell’IA senza imporre regole troppo prescrittive.

Il rischio per l’Ue, quindi, è che l’AI Act non raggiunga l’effetto sperato sul piano internazionale e che altri grandi paesi – il Regno Unito, ad esempio – scelgano di seguire l’approccio degli Usa piuttosto che quello europeo.

Il nostro sistema scolastico è in grado di formare un numero sufficiente di giovani informatici per soddisfare la domanda delle imprese nel settore del digitale e dell’intelligenza artificiale? E che cosa possono fare le imprese per contribuire alla loro formazione?

I dati dell’Osservatorio sulle Competenze Digitali mostrano che nel 2022 la domanda di professionisti Ict ha superato di cinque volte l’offerta formativa del sistema italiano, lasciando un gap di circa 175mila specialisti. Per colmare questa lacuna, le imprese hanno un ruolo fondamentale. Possono offrire programmi di apprendistato e collaborare con le università per dottorati industriali, creando un collegamento diretto tra formazione e lavoro. Inoltre, l’investimento in upskilling e reskilling è cruciale per adattare le competenze dei lavoratori alle esigenze del settore.

Oltre a ciò, la formazione continua è essenziale per lavoratori attivi, Neet e disoccupati. In Italia, ci sono ancora grandi sfide da affrontare in termini di formazione al lavoro, come la mancanza di sistemi di certificazione riconosciuti dalle imprese.

Le Academy aziendali, insieme agli ITS, svolgono un ruolo chiave per sviluppare formazione di qualità, adatta sia ai dipendenti che ad altri settori. È importante che queste iniziative siano supportate da sistemi di incentivi pubblici.

Concludendo, una trasformazione digitale profonda richiede una rivoluzione culturale che valorizzi il talento e l’innovazione, a partire dalle scuole fino alle aziende. L’Italia deve mirare alla creazione di un ecosistema collaborativo che promuova una cultura digitale in tutti i settori della società.

Che cosa consiglierebbe a un imprenditore non digitalizzato per recuperare un suo eventuale ritardo?

Per iniziare a colmare un gap nella digitalizzazione, bisogna prima capire bene cosa serve all’azienda e dove il digitale può davvero fare la differenza. È essenziale non buttarsi a capofitto su ogni nuova tecnologia sull’onda dell’hype. La trasformazione digitale va fatta su misura, come un vestito cucito apposta per l’azienda. Pensiamo all’Intelligenza artificiale: non è una commodity qualsiasi da acquistare, ma una risorsa, le cui funzioni e capacità devono essere modellate sulle specifiche necessità di chi la usa.

Quindi, quando si parla di nuove tecnologie, non si tratta solo di spendere soldi, ma di fare investimenti che portino davvero un vantaggio concreto. E qui entrano in gioco strutture come i Digital innovation hub: per molte imprese – penso soprattutto alle Pmi – queste organizzazioni sono fondamentali per orientarsi nel mondo della trasformazione digitale e quindi prendere decisioni informate e scegliere soluzioni che siano d’impatto per l’azienda.

Oltre a questo, è importante investire sulle persone. Non tutte le realtà hanno bisogno necessariamente di un team IT o di grandi esperti, ma ogni azienda oggi ha bisogno di risorse che capiscono i linguaggi della digitalizzazione e sanno come creare valore dall’innovazione.

In poche parole, oggi un imprenditore deve essere curioso, pronto a esplorare nuove strade per affrontare problemi che magari non aveva nemmeno considerato e deve avere il coraggio di sempre nell’investire e nel guidare il cambiamento. Questo spesso significa mettere mano a processi aziendali radicati da tempo, adottando un approccio innovativo e aperto a nuove prospettive, che va oltre la semplice introduzione di una nuova tecnologia e abbraccia una trasformazione complessiva della cultura aziendale.

 

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