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Per non dire “c’era una volta il triangolo industriale”

08.01.2019

di Giovanni Novi*

IL BRAVO editorialista, Marco Parella, scriveva qualche tempo fa: “Se foste nati nel 1861, nobili o mezzadri è indifferente, avreste vissuto in prima persona il primo grande boom dell’industria italiana. Se poi, fortuna vostra, foste campati 100 anni avreste vissuto anche il secondo boom quello del miracolo economico.” Da quella data, all’inizio del nuovo secolo, le trasformazioni
nell’industria italiana furono enormi: la grande disponibilità di manodopera e gli aiuti statali portarono entro il primo decennio del primo ‘900 ad un incremento nella produzione industriale senza precedenti in settori relativamente nuovi come la siderurgia o quello dell’energia.

Questa vera e propria rivoluzione, si attuò nelle uniche zone che al tempo disponevano di infrastrutture adeguate: Lombardia, Piemonte e Liguria. La linea ferroviaria del Gottardo collegava il Nord con la Svizzera e la Germania, quella del Moncenisio con la Francia, quella del Brennero con l’Austria. Milano divenne il polo del secondario, Genova era il primo porto d’Italia e a Torino nel 1899 era nata la Fiat. Questo grande triangolo industriale dimostra una crescita esponenziale grazie ad un’immigrazione massiccia dal Sud, dal Centro e dal Nord-Est. Una concentrazione demografica senza precedenti che, se da un lato creò problemi a livello sociale, dall’altro permise un ampliamento del mercato e della domanda di beni e di servizi utili
a sviluppare un circolo virtuoso per l’economia del paese.

Genova con il suo grande porto, con tutti gli stabilimenti siderurgici più importanti, con i cantieri navali di costruzione e riparazione fu un’eccellenza di tutta l’area Mediterranea.
Torino con la Fiat e con le altre industrie, a lei collegate raggiunse traguardi mai pensati allora.
Milano con le sue industrie, con le sue banche, con la sua Borsa e con le tutte le aziende di servizi fu sempre considerata una delle principali città europee. Sin dal 1960-65, con la costruzione di nuove autostrade, riuscimmo a creare infrastrutture che poterono sviluppare questa area in modo mirabile.

La fase negativa iniziò, in quanto pensavamo che bastassero le nuove autostrade a sviluppare il triangolo. Bisogna pensare che avevamo ancora ferrovie del 1861 su Torino e del 1892 su Milano, con gallerie strette e basse, e con binari su cui, 100 anni fa si poteva viaggiare a 60km/h, oggi i treni non possono superare i 75km/h. L’attività tutt’ora esistente in queste tre grandi città consentirebbe, in tutti i settori, un’esplosione di progresso a tutto campo. Si potrebbe aumentare l’occupazione, attirare aziende estere ad inserirsi in questo triangolo, utilizzare le aree ancora disponibili in queste regioni per lo smistamento delle merci. Tutte le industrie hanno sempre bisogno di un luogo da cui attingere la materia prima ed esportare i prodotti, Genova; una grande città industriale che produca, Torino; ed un altro centro dove possa essere sviluppato la Finanza, in senso lato, Milano.

A questo triangolo mancano solo nuove e importanti infrastrutture. Quando sento il sindaco di Torino che da parere negativo alla continuazione della Tav, mi viene in mente di aver letto
che negli anni 1880 circa, era nato il progetto di collegare Genova e Piacenza con una vera strada provinciale. Il progetto partì con 2 anni di ritardo in quanto i proprietari delle carovane dei muli che trasportavano ogni tipo di merce da Genova per Piacenza e viceversa fecero ostruzionismo dichiarando che loro avrebbero potuto aumentare di un numero infinito il numero delle carovane (ogni carovana viaggiava con 100 muli, 10 uomini ed entrambi venivano sostituiti in continuazione ma la merce non si fermava mai). Per quei tempi, la loro organizzazione era perfetta. Fortunatamente, peraltro, non fu dato ascolto a queste teorie e si riuscì in relativo poco tempo a costruire una strada degna di questo nome.

Pensare di abbandonare la Tav a metà dell’opera con finanziamenti già ottenuti e già promessi per il futuro, sarebbe pura follia. Questa non è l’unica opera da portare a termine: vi è anche la famosa gronda di Genova e il potenziamento delle ferrovie attuali che legano le 3 città e
in particolare Genova con la Francia. Queste tre città, oltre all’attività industriale possono offrire un’attrattiva per il turismo internazionale. Parte della zona agricola all’interno del triangolo, potrebbe arricchirsi di nuove industrie per le lavorazione delle merci che arrivano dall’estremo oriente e attrezzarsi per lo smistamento delle stesse e dei prodotti verso il nord Italia, la Francia, la Svizzera e la Germania.

Da tutti gli studi recentemente eseguiti, risulta che la posizione del porto di Genova potrebbe essere di gran lunga più competitiva, per le navi che vengono dall’estremo oriente, dei porti di Nord Europa. È per altro essenziale che funzioni il sistema infrastrutturale di collegamenti
all’altezza dei tempi. Il porto di Genova deve essere, inoltre, collegato direttamente tra banchine e rete ferroviaria, dotato di bacini di carenaggio consoni alle dimensioni delle navi odierne.
Se tutto ciò avvenisse, non dovremmo più dire “c’era una volta il triangolo industriale” ma constatare che esso si è trasformato in una nuova grande opportunità non solo per le tre città ma per tutto il Nord Italia e Sud Europa.

 

*Giovanni Novi è stato nominato Cavaliere del Lavoro nel 1995.
Ha fondato la società Burke & Novi diventando in pochi anni
uno dei più importanti broker marittimi internazionali.
È stato presidente per dieci anni dello Yacht Club Italiano
e per quattro anni dell’Autorità Portuale di Genova.
È presidente del Gruppo Ligure dei Cavalieri del Lavoro.


Articolo pubblicato sul n. 6/2018 di Civiltà del Lavoro