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Ha 70 anni e continua a darci lezioni. La costituzione secondo Flick

14.06.2018

do Paolo Mazzanti

Il Presidente emerito della Corte Costituzionale Giovanni Maria Flick spiega perché la Carta non vada riscritta ma solo ritoccata in alcuni punti e analizza come mai i tentativi di modifica non siano andati in porto. Resta fondamentale, poi, diffonderne la conoscenza tra i cittadini, come racconta nel libro “Elogio della Costituzione” pubblicato da Edizioni Paoline.


 

Presidente Flick, la Costituzione ha compiuto 70 anni. È una signora ancora giovanile o avrebbe bisogno di qualche “ritocchino”?
Certamente la Costituzione avrebbe bisogno di qualche “ritocchino”, ma non di una ricostruzione estetica totale. I ritocchi sono necessari per adeguare ai tempi e al contesto – che sono ampiamente mutati rispetto a settanta anni fa
– le regole necessarie per attuare i princìpi e i valori costituzionali che rimangono sempre gli stessi, allora come ora. All’inizio del 1948, quando la Costituzione entrò in vigore, eravamo per esempio ancora un popolo di migranti che partivano con la valigia di cartone verso le Americhe, il Belgio,
la Svizzera e la Germania; oggi siamo un Paese che può e deve – in un quadro di cooperazione europea e di solidarietà – accogliere i migranti e i richiedenti asilo che fuggono dalla guerra, dalla fame e dalla sete, dalla devastazione
ecologica cui hanno contribuito (e contribuiscono tuttora) i cosiddetti paesi sviluppati. La verità è che, per poterla modificare, la Costituzione bisognerebbe conoscerla, mentre alcuni pensano che sia possibile riscriscriverla senza rileggerla o addirittura senza leggerla.»

Dal 1983, con la Commissione Bozzi, fino al referendum costituzionale del 4 dicembre 2016 voluto da Renzi e bocciato dagli elettori, ci sono stati diversi tentativi di modificare la Costituzione, tutti falliti, a eccezione della riforma del 2001. Come mai questa difficoltà? Gli italiani sono dei “conservatori costituzionali”?
In realtà si potrebbe dire che di questi 70 anni, i primi 35 sono stati impiegati in parte a ostacolare e a ritardare la piena entrata in vigore della Costituzione e gli altri 35 a cercare di cambiarla radicalmente e senza successo. Va ricordato, per esempio, che la Corte Costituzionale è stata istituita solo nel 1956, ben otto anni dopo l’entrata in vigore della Costituzione, mentre per le Regioni abbiamo dovuto attendere i primi anni Settanta. E ci sono ancora
articoli non attuati, come per esempio il 39, che prevede una legge sui sindacati e sulla rappresentanza, o il 49, che prevede una legge sui partiti, entrambe rifiutate in sostanza da tutte le forze politiche. Anche l’articolo 27, secondo il quale “le pene non possono consistere in trattamenti contrari al senso di umanità e devono tendere alla rieducazione del condannato”, richiederebbe una revisione approfondita del nostro apparato carcerario e più in generale del sistema penale, per assicurare pene sia certe che giuste ed umane. Una revisione, dopo le ultime modifiche risalenti agli anni ’80, che
il governo Gentiloni con le iniziative del ministro Orlando ha solo timidamente cominciato e che non è stata ancora emanata, per il sopravvenuto scioglimento delle Camere. La difficoltà di una modifica complessiva della Costituzione deriva dal fatto che l’attuale meccanismo di revisione, basato sull’articolo 138, non si presta a una riscrittura generale
e approfondita di essa, ma favorisce riforme specifiche e mirate su singoli punti.

E cioè?
Per esempio, la riforma varata dal governo Renzi e bocciata dagli elettori nel referendum del 4 dicembre 2016 concentrava in un unico testo assai complesso una serie di profili e di aspetti fra loro molto diversi. Forse sarebbe
stato meglio prevedere quattro o cinque diverse leggi di revisione: una sul superamento del bicameralismo paritario, una sulla revisione dei poteri regionali, una sull’abolizione del Cnel e via elencando, e sottoporle separatamente al giudizio degli elettori che avrebbero potuto
approvare una riforma e bocciarne un’altra.
C’è un’altra ragione, ancor più profonda. Sono stati bocciati i tentativi di legare le riforme costituzionali a specifici progetti politici, che avevano l’obiettivo di legittimare una leadership. Gli elettori hanno rifiutato questi tentativi, dimostrando un certo conservatorismo costituzionale. E in fondo non è stato un male. Le difficoltà della situazione in cui ci troviamo oggi non sono – come qualcuno va dicendo – la conseguenza della bocciatura della riforma costituzionale; sono la conseguenza del legame improvvido
introdotto fra quest’ultima – prima della sua approvazione che poi non c’è stata – e una legge elettorale che presentava molteplici inconvenienti e che poco dopo è stata dichiarata incostituzionale in due punti centrali. Direi che ha fallito anche la frettolosa riforma (l’ennesima), il “Rosatellum”, che avrebbe dovuto porre rimedio almeno agli inconvenienti. Negli ultimi anni, e anche nelle ultime settimane, si è diffusa la sensazione che la democrazia parlamentare disegnata dalla Costituzione sia diventata una democrazia
presidenziale, dove il premier è “eletto dal popolo” e non nominato dal Capo dello Stato tra le personalità politiche, o anche non politiche, che possono
ottenere la fiducia del Parlamento.

Quali rischi ci sono in questa posizione?
Bisogna ricordare che la Costituzione è stata scritta dopo il ventennio del fascismo storico, dopo la Resistenza, che è stata davvero un movimento di popolo che ha coinvolto per esempio anche 600mila soldati e buona parte della popolazione; e non si presta né a buffi tentativi di revisionismo,
né a rivendicazioni di monopolio politico di una parte sola. Per questo, per reagire al regime fascista che aveva umiliato il Parlamento e spento la democrazia, è stato scelto un sistema fortemente parlamentare, con due
Camere che hanno le stesse funzioni, pur riconoscendo (con un ordine del giorno famoso del Parlamento: l’odg Perassi) la necessità di una razionalizzazione che poi non vi è stata. Purtroppo, soprattutto dopo l’introduzione della legge elettorale maggioritaria del 1993, abbiamo tollerato
che i nomi dei leader fossero inseriti direttamente nei simboli dei partiti sulla scheda elettorale. Nel frattempo, però, il sistema elettorale è ritornato in sostanza alle sue caratteristiche originarie. Ciò ha consentito ai politici di far
credere colpevolmente agli elettori che essi avessero il potere di eleggere direttamente il presidente del Consiglio e alla fine molti elettori ci hanno creduto. Lo stallo delle ultime settimane nella difficoltà di formare
un governo dopo le elezioni del 4 marzo deriva anche da questa distorsione; alcuni leader sostengono di essere stati “votati da milioni di elettori” mentre il sistema parlamentare non consente l’elezione diretta del premier.

Come si può uscire da questo corto circuito che rischia di rendere assai complesso il funzionamento della democrazia parlamentare?
Ci sono solo due modi: o si cambia davvero la Costituzione in senso presidenzialista, con tutte le difficoltà che abbiamo richiamato prima sulla percorribilità di una sua riforma globale; oppure tutti i politici debbono responsabilmente impegnarsi a spiegare ai cittadini che il sistema
parlamentare non prevede l’elezione e neppure la votazione diretta del premier e quindi dovrebbero cominciare con il togliere i nomi dei leader dai simboli dei loro partiti. Non sta scritto da nessuna parte che gli elettori debbano sapere la sera stessa delle elezioni chi ha vinto; e non
vorrei che per questa via si arrivasse un giorno a sapere già la sera prima delle elezioni chi vincerà l’indomani. Un altro tema che resta attuale è il superamento del bicameralismo paritario: se si vuole introdurre una
legge elettorale che consenta a uno dei tre poli politici attuali di conquistare la maggioranza parlamentare o con il ballottaggio tra i primi due o con un sufficiente premio di maggioranza, occorrerebbe che solo una Camera concedesse la fiducia, altrimenti resterebbe il rischio di avere due maggioranze diverse nelle due Camere. È vero che siamo uno dei pochi paesi che hanno mantenuto un bicameralismo paritario, in cui entrambe le Camere debbono concedere la fiducia al governo e hanno compiti sostanzialmente uguali. Va anche detto che altri paesi, che hanno superato o non hanno mai avuto il bicameralismo paritario, hanno altri sistemi di controllo e
bilanciamento dei poteri. Tuttavia, questo è un punto che potrebbe essere risolto: per lasciare a una sola Camera il potere di dare la fiducia
al governo occorre una revisione costituzionale, mentre per specializzare le funzioni delle due Camere e ridurre la “navetta” dei provvedimenti legislativi da una Camera all’altra possono essere sufficienti delle revisioni dei regolamenti parlamentari. Senza bisogno di sconvolgimenti totali della Costituzione e dell’introduzione di meccanismi complessi come quelli proposti dalla mancata riforma (due colonne di Gazzetta Ufficiale invece della riga attuale).

Del suo libro “Elogio della Costituzione” uscito proprio per il settantesimo anniversario, lei ha realizzato anche una versione semplificata per gli studenti. Cosa si potrebbe fare di più per far conoscere la Costituzione ai tanti cittadini che ne hanno un’idea superficiale?
Una delle attività più importanti è andare nelle scuole, negli ospedali e anche nelle carceri a parlare della Costituzione con i più giovani e con i “diversi”. Occorre moltiplicare queste occasioni di incontro e far comprendere
a tutti cittadini come molte delle decisioni concrete che quotidianamente il nostro Paese assume derivano direttamente dai valori e dai principi
costituzionali. Ad esempio tutta la nostra attività internazionale, anche
nelle situazioni più complesse, pensiamo ai recenti fatti del conflitto siriano, deriva dal fondamentale equilibrio fra le due parti dell’articolo 11. Secondo quest’ultimo, “l’Italia ripudia la guerra come strumento di offesa alla libertà
degli altri popoli e come mezzo di risoluzione delle controversie internazionali”, ma “consente, in condizioni di
parità con gli altri Stati, alle limitazioni di sovranità necessarie
ad un ordinamento che assicuri la pace e la giustizia fra le Nazioni; promuove e favorisce le organizzazioni internazionali rivolte a tale scopo”. Da questo articolo sono derivati la nostra adesione alla Nato, il sostegno all’Onu,
la nostra partecipazione come socio fondatore all’Unione europea, nonché le operazioni di mantenimento della pace dei nostri militari nel mondo. Un’altra lezione che dovremmo tutti trarre dalla Costituzione è l’invito alla semplicità del linguaggio, affinché tutti possano capire. Non solo la Costituzione è scritta in una lingua limpida e comprensibile a tutti, ma all’articolo 3 specifica che “Tutti i cittadini hanno pari dignità sociale e sono eguali davanti alla legge, senza distinzione di sesso, di razza, di lingua, di religione, di opinioni politiche, di condizioni personali e sociali”. Il richiamo alla lingua non è solo a tutela delle minoranze linguistiche: è anche un monito a non usare la lingua come strumento di esclusione sociale; pensiamo ai tanti linguaggi burocratici o politici o giuridici che sembrano fatti apposta per non farsi capire dalle persone semplici. Ecco perché, anche a questo proposito, dalla Costituzione
continua ad arrivarci, settant’anni dopo la sua entrata in vigore, un messaggio di uguaglianza e di solidarietà sostanziale e soprattutto di dignità.•