Menu

Verso il Convegno Nazionale 2022 | Economia circolare e combustibili sintetici. I lavori del 2° workshop

17.06.2022

“L’importanza del tema di questo workshop è fondamentale: ne parlammo a Bologna, ne parleremo al convegno nazionale di fine settembre a Roma, con la speranza che dai lavori possa emergere una posizione verso il governo e le altre istituzioni”.

Così il presidente della Federazione nazionale dei Cavalieri del Lavoro Maurizio Sella ha aperto il workshop “Economia circolare e combustibili sintetici” tenuto a Roma il 23 maggio scorso. “Sul punto di oggi mi pare di aver capito due cose – ha affermato –. Primo: stiamo migliorando il nostro rapporto con le risorse e andando verso un’economia circolare, dove alle materie prime si aggiunge il recupero dei prodotti finali. Oggi l’Italia sembra essere tra i migliori paesi europei nell’economia circolare, ma dovremo migliorare ancora sia per ridurre il consumo di materie prime, che per produrre meno Co2. Secondo: per quanto riguarda i combustibili sintetici, il documento del ministero delle Infrastrutture e delle Mobilità sostenibili (Mims) dell’aprile scorso intitolato La decarbonizzazione dei trasporti afferma che ‘dal punto di vista dell’inquinamento e dell’impatto sulla salute, il passaggio da combustibili di origine fossile a biocombustibili o combustibili sintetici, non comporterebbe miglioramenti’. Lo dico perché, se questa è la posizione del ministero, dobbiamo esaminarla con cura qualora avessimo posizioni diverse. Passo la parola a Franco Bernabè perché Vittorio Di Paola, presidente del Gruppo Centrale, mi ha detto che la mia introduzione comprendeva la sua. Ti ringrazio Vittorio e do la parola a Franco che coordinerà il nostro workshop”, ha concluso il presidente Sella.

 

BERNABÈ: “Rinunciare al gas russo sarà un cambiamento radicale”

“Abbiamo tenuto il primo workshop il 17 febbraio – ha esordito il Cavaliere del Lavoro Bernabè – ed esattamente una settimana dopo c’è stata l’invasione russa dell’Ucraina. Il tema della transizione energetica, che il 17 febbraio era collegato al problema climatico, è diventato drammaticamente anche un argomento di grandissima rilevanza strategica e di sicurezza. Il 22 maggio la Ue ha emesso il documento di policy energetica RepowerEU, che va esaminato in dettaglio”.

“Partiamo innanzitutto dalle conseguenze guerra – ha spiegato – tenendo conto che la Russia è il maggiore esportatore mondiale di petrolio, con otto milioni di barili al giorno, di cui cinque milioni di petrolio grezzo e tre milioni di prodotti petroliferi, tra cui il diesel, che ha un’importanza rilevante sul mercato. Diverse raffinerie, anche da noi, sono dedicate al petrolio russo, la cui carenza determinerebbe non solo un problema di prezzi, ma anche un disallineamento delle raffinerie e quindi delle inefficienze che si rifletterebbero a loro volta sui prezzi. Dei 15 milioni di barili/giorno importanti dall’Europa, il 30% è russo. La dipendenza dal petrolio russo è quindi importante, anche se il petrolio è un mercato molto diversificato e flessibile”.

“L’opposizione di alcuni paesi all’embargo del petrolio russo nasce dal fatto che l’Est europeo dipende totalmente dal petrolio russo con l’oleodotto della Druzhba (dell’amicizia) degli anni ’60 – ha specificato –. Con l’embargo ci sarebbero difficoltà logistiche importanti perché i paesi che non hanno sbocco al mare, come l’Ungheria, avrebbero enormi difficoltà a sostituire il petrolio russo. Anche per il carbone, cosa meno nota, c’è forte dipendenza dalla Russia, che anzi nel tempo è aumentata dal 7% al 54%. Ma l’embargo del carbone ha una rilevanza relativamente bassa perché è prodotto in grande quantità in paesi sicuri, l’Australia, il Sud dell’Africa, il Canada.

“Il problema vero – ha proseguito Bernabè – riguarda il gas, di cui la Russia fornisce all’Europa 180 miliardi di metri cubi, il 55% del totale dell’import via gasdotto e il 36% del fabbisogno europeo. Il gas naturale liquefatto (Gnl) copre una quota minore e tra l’altro una grossa fetta della capacità di rigassificazione è in Spagna, che non è collegata ai gasdotti europei. C’è poi il problema della produzione europea, relativamente abbondante fino a 15 anni fa, che negli ultimi dieci si è dimezzata ed è destinata a ridursi ancora di più con la chiusura del maggior giacimento europeo di Groningen, in Olanda”. “L’interruzione del gas – ha sottolineato ancora Bernabè – causerebbe un problema drammatico per alcuni settori industriali che dal gas sono fortemente dipendenti: vetro, ceramiche, una parte della chimica, carta e tanti altri settori che non potrebbero sostituirlo e hanno già subìto un aumento di cinque volte del prezzo del gas con un impatto devastante sulla sopravvivenza di moltissime imprese”.

Il presidente di Acciaierie d’Italia è poi entrato ancora più in dettaglio: “All’indomani dell’invasione ucraina, l’Ue ha annunciato l’obiettivo di eliminare completamente la dipendenza energetica dalla Russia entro il 2030 riducendola in modo sostanziale già entro il prossimo anno. È un’ipotesi ardita: la Russia è stato il fornitore di energia del resto dell’Europa per cinquant’anni, dalla fine degli anni ‘60, e modificare la struttura di approvvigionamento europeo di energia comporta un completo ridisegno di tutto il sistema infrastrutturale energetico. Un tema che riguarda soprattutto il prezzo: la Russia, infatti, è stata non solo un fornitore affidabile, ma anche quasi sempre quello a più basso prezzo. Far sparire la Russia non è, quindi, un problema banale e tutte le affermazioni rassicuranti dell’Ue e anche di qualche nostro ministro mi preoccupano perché dovrebbe essere fatto capire quanto radicale e oneroso sia il cambiamento energetico e industriale verso il quale andiamo”.

Bernabè è quindi passato a spiegare la ricetta proposta dall’Europa. “Prima di tutto l’Ue propone di aumentare gli obiettivi di risparmio ed efficienza energetica dal 9% al 13%, per ridurre la domanda di petrolio e gas del 5%. Non sembra molto, ma ciò significa non solo avere la disponibilità delle grandi industrie – che una politica di efficienza energetica già la fanno –, ma di milioni, forse centinaia di milioni di cittadini europei, i quali dovranno abbassare il riscaldamento e il raffreddamento, cosa che alcuni faranno, ma molti non faranno. Per esempio, non è banale passare dalla caldaia alla pompa di calore, che utilizza più spazio di una normale caldaia a gas. C’è poi il tema della diversificazione dell’import con una piattaforma unica europea di acquisti. Sulle rinnovabili si prevede un aumento, al 2030, in consumi finali, dal 40% al 45%. L’Ue ha poi varato un intero documento dedicato al rooftop solar, cioè al massivo sviluppo di pannelli solari sui tetti, non solo degli stabilimenti, ma anche delle case. Un obiettivo che non sembra eccessivamente ambizioso per noi, rispetto all’obiettivo del Pnrr di sviluppo di 7 gigawatt l’anno di solare, anche se negli ultimi anni abbiamo fatto 800 megawatt, solo un decimo di quello che ci vorrebbe. Tra l’altro tutta la catena di approvvigionamenti dipende dalla Cina, che ha una potenza di circa 450 gigawatt di rinnovabili, che si confrontano con i nostri 20-25 gigawatt. Diciamo quindi che siamo in una situazione, anche qui, molto preoccupante”.

Il punto fondamentale sottolineato da Bernabè è uno: “Risorse nuove l’Unione europea non ne mette per il Repower EU – ha spiegato – ma mette le risorse che vengono sottratte al Pnrr. Bisogna tener presente che rispetto ai piani originari del Pnrr, la maggior parte dei paesi ha fatto ricorso ai Grams, cioè sussidi a fondo perduto, ma non ha utilizzato i prestiti, contrariamente all’Italia che è stato l’unico paese che ha preso sia i Grams che i prestiti. All’Unione europea, quindi, avanzano circa 225 miliardi che non sono stati utilizzati. Tenete presente che all’origine la Spagna non aveva preso prestiti del Pnrr e adesso sembrerebbe intenzionata a prenderli. Questo ridurrebbe di un’ottantina di miliardi la disponibilità, quindi scendiamo dai 225 a non si sa quanto perché dipende da quanto tirerà la Spagna, ma possiamo pensare che molti in tali circostanze, non solo gli spagnoli, utilizzeranno i prestiti del Pnrr e di questi 225 miliardi ne rimarranno pochi”.

Il presidente di Acciaierie Italiane è passato poi alle conclusioni del suo ragionamento: “Ci avviamo a un periodo nel quale i prezzi dell’energia saranno molto elevati e già adesso si stanno tirando dietro i prezzi di tutto il resto. L’aspetto positivo è il fatto che questo incentiverà le rinnovabili, che erano già competitive con i vecchi prezzi delle energie fossili, e ciò incentiverà la costruzione di una filiera industriale molto importante perché le rinnovabili sono intermittenti, hanno bisogno di accumuli, hanno bisogno di sistemi di ottimizzazione nella gestione della rete. Andremo comunque verso un mondo molto più elettrificato, con una presenza molto più importante delle rinnovabili e con una filiera industriale che dobbiamo costruire perché non possiamo avere una dipendenza dalla Cina, così come abbiamo avuto una dipendenza dalla Russia”.

“Sull’economia circolare – ha concluso Bernabè – siamo per la prima volta in una posizione positiva. La Fondazione per lo Sviluppo Sostenibile ha assegnato dei punteggi sull’economia circolare: a noi assegna 79 punti, superiamo la Francia (68), la Germania e la Spagna (65) e la Polonia (54). Per l’Europa la percentuale di riciclo nel 2018 è stata del 35%. In Italia ha raggiunto il 68%, quindi siamo quasi al doppio dell’Europa. Tutto ciò è merito dell’industria perché i rifiuti speciali indicano che in Ue per ogni mille euro di Pil vengono prodotti 700 kg di rifiuti speciali. L’Italia è a 380, la Germania a 400, la Spagna a 490”.

“Solo nei rifiuti urbani abbiamo un problema veramente serio – ha aggiunto – perché mandiamo in discarica una quantità rilevantissima di rifiuti urbani, e poi si lamentano del termovalorizzatore a Roma: noi siamo al 20%, la Germania è allo 0,7%, il Belgio è all’1%, i Paesi Bassi all’1,4%, il Lussemburgo è a 3,8%. Infine, il tema dei combustili alternativi non è così banale. È vero, come ha detto il presidente Sella, che il Mims dice che non ci sono dei grandi miglioramenti ambientali con i biocombustibili, cosa opinabile. Però l’eliminazione dei carburanti fossili nell’autotrazione comporta un’immensa complessità di trasformazione di tutta la catena di approvvigionamento. È un tema fondamentale perché abbiamo una colossale filiera industriale legata ai motori endotermici e una fortissima competenza nei carburanti sintetici alternativi, sia dal punto di vista dell’ingegneria che dal punto di vista della produzione; solo l’Eni ha trasformato due raffinerie per produrre biocarburanti. E su questo dovremo prendere una posizione chiara”.

Leggi lo Speciale su Civiltà del Lavoro 2/2022

 

SCARICA L'APP