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SINTESI IN PRIMO PIANO – 9 ottobre 2021

In evidenza sui principali quotidiani:
– Draghi: pandemia quasi finita
– Nel 2023 scatta la global tax al 15%
– Recovery, sindaci del Sud in rivolta
– Ue, muro anti migranti chiesto da 12 paesi

PRIMO PIANO

Politica interna

Testata:  Repubblica 
Autore:  Ziniti Alessandra 
Titolo: Draghi: pandemia quasi finita – Draghi: grazie ai vaccini adesso vediamo la fine della pandemia
Tema: Covid

«La fine della pandemia è finalmente in vista», dice Mario Draghi. E si capisce perché il premier giovedì ha dato il via libera a un programma di riaperture che, per la prima volta in Italia, è andato ben oltre le indicazioni del Comitato tecnico scientifico. «Abbiamo somministrato più di 6 miliardi di dosi di vaccini in tutto il mondo. I nostri sforzi congiunti ci hanno aiutato a tenere sotto controllo la pandemia in molti Paesi», dice Draghi che poi annuncia la lotta al protezionismo sanitario: «Ora dobbiamo difendere la libera circolazione dei vaccini e delle materie prime necessarie per produrli». Parla della situazione mondiale in collegamento con il summit B20 il presidente del Consiglio, ma è all’Italia che guarda con una visione di futuro che è ben di più di una speranza. Suffragata da numeri sempre più incoraggianti: la curva dei nuovo contagi continua a decrescere e da lunedì anche la Sicilia tornerà in bianco. Il tasso di incidenza è ben sotto quota 50 (34 casi ogni 100.000 abitanti) e dunque il contagio agevolmente controllabile con il tracciamento, anche l’Rt, l’indice di trasmissibilità, è in calo a 0, 83. I tassi di occupazione di terapie intensive e reparti ordinari sono ben al di sotto delle fasce critiche e anche i casi tra gli under 12 ( che nelle ultime settimane si erano moltiplicati) stanno rallentando. E tuttavia il presidente dell’Istituto superiore di sanità, Silvio Brusaferro, continua ad invitare alla prudenza: «Siamo in una fase positiva in generale che, però, richiede una grande prudenza perché possa persistere e possa rappresentare un inizio di convivenza con questo virus». Prudenza che, nei prossimi giorni, potrebbe portare il ministro della Salute Roberto Speranza a firmare un’ordinanza che prevede limitazioni agli ingressi dalla Romania, uno dei Paesi dove nelle ultime settimane — a causa delle forti resistenze della popolazione al vaccino — si sta registrando un nuovo picco di infezioni.
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Testata:  Corriere della Sera 
Autore:  Guerzoni Monica 
Titolo: Intervista a Roberto Speranza – «L’Italia è tutta bianca ma serve ancora cautela» – «Un altro passo avanti ma serve cautela Dobbiamo ascoltare ancora gli scienziati»
Tema: Covid

Il ministro della Salute è sollevato, eppure controlla le emozioni e scandisce parole come «cautela e prudenza», le stesse che dal primo giorno di pandemia caratterizzano il suo vocabolario: «Nessuno nel mondo dice che ne siamo fuori, la lotta al virus è ancora una partita aperta e delicata», la pensa come Mattarella il ministro, che si è battuto al G20 per «vaccinare tutto il Pianeta». «Siamo ancora dentro questa sfida, non possiamo considerarla archiviata. Dobbiamo continuare su una linea di serietà». Il Paese che piange 130 mila morti è adesso nella fascia più bassa di rischio e lunedì si toma al cinema, a teatro, allo stadio, senza più rispettare il metro di distanza. Siamo a una svolta? «Gradualmente, va meglio. L’Italia bianca è una bella notizia, conferma che le decisioni messe in campo, a cominciare dal green pass, hanno avuto effetto». Draghi vede all’orizzonte la fine della pandemia, lei no? «Il presidente ha detto che il quadro è positivo e ha invitato alla cautela. Abbiamo davanti altre prove». Il Paese è stremato, ha voglia di ripartire. E bisogna rilanciare l’economia. Temi che a Speranza non sfuggono, ma la sua tesi di fondo non cambia. La difesa delle vite umane viene prima di tutto e se non c’è la salute, non c’è nemmeno la ripresa economica: «La crescita del 6% la fai se metti il Paese in sicurezza dalla pandemia. Stiamo entrando nella quarta settimana dalla riapertura delle scuole, possiamo parlare di tenuta, ma per un bilancio degli effetti è presto».
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Testata:  Corriere della Sera 
Autore:  Falci Giuseppe_Alberto 
Titolo: Berlusconi, la sintonia con Draghi: noi al tuo fianco senza polemiche
Tema: Forza Italia

Una lunga telefonata fra Mario Draghi e Silvio Berlusconi. Sono le 11 e 3o quando il presidente del Consiglio chiama il leader di Forza Italia. Il colloquio rientra nel giro di faccia a faccia che Draghi continuerà nelle prossime ore con tutti i leader della larga coalizione che sostiene l’esecutivo. Una chiacchierata a distanza, definita da entrambi gli staff «lunga e cordiale», che segue l’incontro chiarificatore fra lo stesso premier e il capo della Lega, Matteo Salvini. Berlusconi da sempre si fa vanto di avere indicato l’attuale premier come governatore della Banca centrale europea. Dopo i saluti iniziali e qualche piccola battuta che rientra nel repertorio di Berlusconi, si entra nel vivo della conversazione. Draghi illustra gli ultimi due passaggi in Consiglio dei ministri: l’approvazione della delega fiscale e il via libera alle riaperture di cinema e teatri al 100 % e delle discoteche al 50%. Il dato è che c’è piena sintonia sul percorso delle riforme. «Abbiamo condiviso il percorso avviato sulla delega per la riforma fiscale e si è discusso delle prospettive legate alla ripresa economica in atto», twitta in serata Berlusconi. D’altro canto, per dirla con un alto dirigente di Forza Italia, viene rispettato uno dei cardini del berlusconismo: «Non mettere le mani nelle tasche degli italiani». «Per noi, caro Mario, la casa è sacra», ripeterà Berlusconi riferendosi certo a quella riforma del catasto che ha fatto infuriare in prima battuta l’alleato Salvini. Dunque, Draghi e Berlusconi sono allineati sulle ricette economiche e sulle prospettive di crescita. La stima al 6 per cento del Prodotto interno lordo, prevista dalla Nota di aggiornamento al Def, entusiasma Berlusconi: «II Paese si riprende e continuerà a crescere. Ecco perché noi saremo al tuo fianco, non faremo polemiche e sosterremo lealmente la tua azione di governo». Una frase forse destinata soprattutto al leader della Lega Matteo Salvini.
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Testata:  Corriere della Sera 
Autore:  Franco Massimo 
Titolo: La Nota – Il centrodestra già in tensione si divide anche sull’Europa
Tema: centrodestra

Non sorprende tanto la sintonia che il premier Mario Draghi e il leader di Forza Italia, Silvio Berlusconi, hanno ribadito nel loro colloquio telefonico di ieri. Colpisce di più la prontezza con la quale la destra di FdI, col supporto del leghismo più euroscettico, ha abbracciato la posizione della Corte costituzionale polacca contro il primato delle leggi europee: un sostegno condiviso dal presidente ungherese Viktor Orbán. E la dimostrazione di quanto l’ostilità di alcune forze verso le istituzioni e i principi dell’Ue sia stata solo diplomatizzata, pronta a rispuntare. E rischia di riesumare íl tema dell’affidabilità dei partiti di Giorgia Meloni e di Matteo Salvini; e di dividere il centrodestra più delle polemiche a volte strumentali sul neofascismo. Quando la Polonia stabilisce che le sue leggi debbono prevalere su quelle dell’Unione, disarticola un principio-cardine. Teorizza un «sovranismo giuridico» che, se abbracciato da tutti i 27 membri, segnerebbe un’involuzione destinata a distruggere l’Ue. Meloni, leader di FdI, sostiene di pensarla come «le Corti costituzionali tedesca, polacca e altre». Ma attribuisce a quella della Germania una delegittimazione del primato europeo che non è mai stata teorizzata e perseguita come a Varsavia. Ed è significativo che a dare man forte alla Polonia siano solo i leghisti più eurofobici, che attaccano perfino FI, al loro occhi troppo europeista. II coordinatore Antonio Tajani, però, tiene il punto. «II governo polacco ha torto: non è questione di destra o di sinistra ma di diritto e rispetto del Trattati». Il resto del gruppo dirigente del Carroccio, almeno su questo, tace.
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Testata:  Corriere della Sera 
Autore:  Di Caro Paola 
Titolo: Intervista a Giorgia Meloni – «I nostalgici del fascismo sono utili idioti della sinistra» – «Con me non c’è posto per i nostalgici del fascismo La sinistra da sempre li usa come utili idioti»
Tema: centrodestra

«Nel dna di Fratellli d’Italia non ci sono nostalgie fasciste, razziste, antisemite. Non c’è posto per nulla di tutto questo. Nel nostro dna c’è il rifiuto per ogni regime, passato, presente e futuro. E non c’è niente nella mia vita, come nella storia della destra che rappresento, di cui mi debba vergognare o per cui debba chiedere scusa. Tantomeno a chi i conti con il proprio passato, a differenza di noi, non li ha mai fatti e non ha la dignità per darmi lezioni». Giorgia Meloni è un fiume in piena. Si sente al centro di manovre per screditare lei e il suo movimento: «Il “pericolo nero”, guarda caso, arriva sempre in prossimità di una campagna elettorale…». Ma sa benissimo che all’inchiesta di Fanpage, rilanciata da Piazzapulita su La7, non si può replicare solo con un assolutorio «è un complotto», perché le immagini di esponenti del suo partito che frequentano ambienti dell’estrema destra, che usano simboli, linguaggio, parole d’ordine fasciste, razziste, antisemite, perfino para-naziste sono un fardello troppo pesante per chi ambisce a governare: «Quella più arrabbiata sono io. Io che ho sempre detto “nessuno si azzardi a giocare su certe cose”, che ho allontanato soggetti ambigui, chiesto ai miei dirigenti la massima severità su ogni rappresentazione folkloristica e imbecille, anche con circolari ad hoc. Perché i nostalgici del fascismo non ci servono: sono solo utili idioti della sinistra, che li usa per mobilitare il proprio elettorato. Si è chiesta perché mentre noi marginalizziamo questa gente, la sinistra la valorizza, dandole un peso che non ha mai avuto? ». Non dirà che le vittime siete voi? «Dico due cose: immaginare che Fratelli d’Italia possa essere influenzato o peggio manovrato da gruppi di estrema destra è ridicolo e falso. E dico che queste campagne servono per allevare giovani nostalgici, Ignoranti della storia, affascinati dal proibito e dal folklore di un fascismo che non hanno nemmeno vissuto, a differenza di chi la guerra l’ha vissuta e ne porta le ferite. Beh, queste persone sono un’arma per i nostri nemici, perché diventano il loro strumento per attaccarci».
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Testata:  Giornale 
Autore:  Signore Adalberto 
Titolo: La strada al Colle è meno tortuosa – II premier spinge sull’agenda per chiudere i dossier Pnrr Meno tortuosa la strada che può portarlo al Quirinale
Tema: Quirinale
Ci sarà una ragione se non è mai successo, che sia stata Prima o Seconda Repubblica. Nel quadro instabile della politica italiana, che ha sempre consumato governi e presidenti del Consiglio senza troppi patemi d’animo, non è infatti mai accaduto che un premier in carica fosse «promosso» capo dello Stato. Peraltro, l’ultimo che ha tentato il salto da Palazzo Chigi al Quirinale non ne è uscito affatto bene. Ne sa qualcosa Giulio Andreotti, che nel maggio 1992 dovette alla fine cedere il passo a Oscar Luigi Scalfaro. Nonostante i precedenti, però, quello di Mario Draghi al Colle continua ad essere uno dei due scenari più gettonati. Insieme al Mattarella bis, soluzione che il diretto interessato ha più volte fatto intendere di non contemplare. E siccome mancano ornai meno di tre mesi all’apertura ufficiale del valzer quirinalizio le due principali ipotesi in campo condizionano sempre di più la politica italiana. Così, c’è chi ha visto nell’accelerazione imposta da Draghi all’agenda di governo anche un modo per puntellare il più possibile il Pnrr prima dell’elezione del capo dello Stato. Lo schema dei due Consigli dei ministri e una cabina di regia a settimana, infatti, è destinato a ripetersi nei prossimi mesi, nel tentativo di chiudere tutti i dossier sul tavolo.
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Testata:  Messaggero 
Autore:  De Cicco Lorenzo – Pacifico Francesco 
Titolo: Michetti-Gualtieri, corsa ai tecnici ma i partiti vogliono posti in Giunta – Gualtieri e Michetti, sfida sui tecnici. Ma i partiti rivendicano le poltrone
Tema: amministrative Roma

Roberto Gualtieri, se eletto, pensa a tre supertecnici – due quasi sicuramente andranno a bilancio e urbanistica – da pescare in eccellenze della macchina amministrativa come il ministero dell’Economia o il Parlamento europeo. Luoghi che il candidato del centrosinistra conosce bene per aver guidato il Mef e prima ancora la potente commissione Affari economici dell’Europarlamento. Enrico Michetti invece guarda all’esperienza. L’avvocato-tribuno ha sottolineato alla sua coalizione la necessità di portare in giunta personalità con un Cv nella macchina pubblica. E se c’è un aspetto in comune tra l’ex ministro dell’Economia e l’amministrativista che ha lavorato anche con sindaci di sinistra, è proprio la volontà di avere l’ultima parola sulla giunta. Un desiderio, forse una necessità, che deve fare i conti con gli appetiti dei rispettivi schieramenti. Gualtieri vuole portare almeno 3 tecnici nell’esecutivo, a cui affidare alcune deleghe chiave, come quella dei conti comunali. Va detta una cosa: il Pd romano alle elezioni non ha sfondato, è al 16,4%, ha preso meno voti del 2016, sia come percentuale che in termini assoluti. Ma gli equilibri tra le correnti non possono essere ignorati del tutto. In quota dem, tra i papabili per un posto da assessore c’è la zingarettiana Sabrina Alfonsi, capolista con oltre 7mila preferenze e mini-sindaca uscente del Centro storico (dove ha svolto un po’ un ruolo di anti-Raggi). Poi un altro zingarettiano, l’ex capogruppo Giulio Pelonzi e Giulia Tempesta, giovane consigliera, ma esperta, è in Campidoglio dal 2013, vicinissima a Gualtieri.
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Economia e finanza

Testata:  Sole 24 Ore 
Autore:  Sorrentino Riccardo 
Titolo: Nel 2023 scatta la Global tax al 15% – Tassazione delle multinazionali Intesa storica a Parigi sul 15%
Tema: fisco internazionale

«Ora o mai più». Seguendo lo slogan lanciato qualche giorno fa da Bruno Le Maire, il ministro dell’Economia francese e uno dei grandi sponsor dell’intesa, è stato raggiunto ieri all’Ocse di Parigi l’accordo sulla tassazione alle multinazionali. L’intesa, secondo il ministro delle Finanze tedesco Olaf Scholz, è piena sui parametri più importanti. Tutti i Paesi dell’Ocse e del G-20 hanno aderito, e mancano all’appello dei 140 Stati partecipanti ai negoziati soltanto il Kenya, la Nigeria, il Pakistan e lo Sri Lanka. È stato dunque in buona sostanza centrato l’obiettivo di trovare un’intesa completa in tempo per il summit del gruppo dei Venti in programma a Roma il 30 e 31 ottobre. La firma dell’accordo è prevista nel 2022, con l’entrata in vigore delle norme internazionali nel 2023 (anche se la Svizzera ha già chiesto più tempo per i piccoli Paesi). L’adesione, tra giovedì sera e ieri, dell’Irlanda, dell’Estonia e dell’Ungheria in seguito alle insistenze dei partner europei – e soprattutto della Francia – ha reso la strada più agevole per la conclusione dei negoziati. Dublino ha infatti compreso di non poter andare avanti da sola, e ha ceduto pur calcolando di perdere fino a due miliardi di euro in entrate fiscali per l’adeguamento all’intesa. «Questo accordo è un equilibrio tra la nostra competitività fiscale e il nostro più ampio posto nel mondo», ha detto il ministro irlandese delle Finanze irlandese Paschal Donohoe. Pur cedendo di fronte alle pressioni internazionali, Dublino ha ottenuto che venisse tolta dal testo dell’intesa l’indicazione di un’aliquota di «almeno» il 15%: una formulazione che lasciava aperta la porta a un livello più elevato, per esempio in sede di trattative tra i partner dell’Unione Europea. Il dipartimento del Tesoro degli Stati Uniti ha però tenuto a precisare che quella soglia è, almeno per i singoli Stati, un pavimento e non un tetto.
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Testata:  Corriere della Sera 
Autore:  Ferraino Giuliana 
Titolo: Tasse sulle big tech, c’è l’accordo Il prelievo minimo sarà del 15%
Tema: fisco internazionale

La Commissione europea ha sostenuto con forza questo sforzo internazionale», ha affermato la presidente della Commissione Ue, Ursula von der Leyen, convinta che « tutte le aziende devono pagare la loro giusta quota». Nel mirino ci sono soprattutto (ma non solo) i grandi gruppi della tecnologia, come Apple, Amazon, Google e Facebook, che hanno scelto l’Irlanda come base europea per beneficare di una corporate tax del 12,5%, la più bassa del mondo sviluppato. L’accelerazione è arrivata negli ultimi giorni, grazie al via libera proprio dell’Irlanda giovedì, seguito a poche ore dall’Estonia, e poi venerdì dell’Ungheria. La Minimum tax, ha affermato il segretario dell’Ocse, Mathias Cormann, «renderà il nostro sistema fiscale internazionale più equo ed efficiente. È una grande vittoria per un multilateralismo efficace ed equilibrato. Si tratta di un accordo di vasta portata che garantisce che il sistema fiscale internazionale sia adatto a un’economia globale digitalizzata». Anche il commissario Ue, Paolo Gentiloni, definisce «storico» l’accordo internazionale sulla riforma fiscale globale, dichiarandosi «orgoglioso» del sostegno dei Paesi Ue. «Il multilateralismo è tornato», ha scritto su Twitter. Il traguardo, raggiunto grazie al cambio di passo della nuova amministrazione americana, è un successo per Janet Yellen, che ha fatto della tassazione minima sulle multinazionali una priorità del suo primo anno da ministra del Tesoro.
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Testata:  Repubblica 
Autore:  Conte Valentina – Sannino Conchita 
Titolo: Recovery, sindaci del Sud in rivolta “Ci spetta il 40%, accordo violato”
Tema: Recovery
Basta con le “alchimie”. Amministratori e governatori del Sud non mollano, sulla battaglia «del 40 per cento reale» dei fondi Pnrr. Dopo il dossier con cui Repubblica ha registrato ieri dubbi e malessere che serpeggiano nella classe politica del Mezzogiorno, arriva il documento ufficiale della Rete Recovery Sud, composta da 500 sindaci di Campania, Puglia, Basilicata, Calabria, Sicilia, Abruzzo e Molise. E che più volte — già a Roma e a Napoli — ha manifestato contro l’iniqua distribuzione dei fondi. «Come temevamo, il Piano di Ripresa rischia di diventare la grande occasione mancata per il Sud. Sono mesi che ci battiamo — sottolineano Davide Carlucci, con Ernesto Magorno e Maria Grazia Brandara, tra i portavoce della Rete — perchè i Comuni siano messi in condizione di intercettare i fondi messi a bando, scongiurando il rischio di forti penalizzazioni sui nostri Municipi, in cronica difficoltà nel reperire i fondi a causa dei cofinanziamenti e per le progettazioni esecutive». L’allarme si allarga. Le nette rassicurazioni di Carfagna non convincono. «Attenzione — obiettano i sindaci — si indica quel 40 esplicitamente su spese “territorializzabili”. Ecco l’inghippo: ci sono somme su ferrovie, ad esempio, che vanno soprattutto al nord, date come “non territorializzabili”». Anche per Svimez, il tema c’è: ma a tutto campo. Quel 40% è una «quota feticcio, sbandierata con troppa enfasi», per Luca Bianchi, direttore dell’associazione per lo Sviluppo dell’industria nel Mezzogiorno.
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Testata:  Repubblica 
Autore:  Mania Roberto 
Titolo: Intervista a Mara Carfagna – Carfagna: “I fondi ci sono, il Sud mostri di saperli spendere ” – Carfagna “I fondi ci sono il Mezzogiorno dimostri di saperli spendere”
Tema: Recovery

«Al Sud va il 40 per cento delle risorse del Piano nazionale di ripresa e resilienza. Punto. È scritto nei documenti inviati a Bruxelles e approvati dalla Commissione. Chi dice il contrario o non li ha letti o è in malafede». È durissima la replica di Mara Carfagna, ministra per il Sud e la Coesione territoriale, ai presidenti delle Regioni, tra cui Vincenzo De Luca della Campania, secondo i quali, invece, mancherebbero all’appello circa sette miliardi. Carfagna sostiene che se i fondi disponibili saranno utilizzati bene il Pil del Mezzogiorno crescerà più del 24 per cento in cinque anni contro una media nazionale del 15 per cento. Ministra, le risorse per il Mezzogiorno sono meno di quelle previste? Mancano sette miliardi all’appello? «Mi meraviglia chi dà credito a una ricostruzione così grossolana, senza verificarne la fondatezza. In ogni atto ufficiale, persino nella premessa al Piano (il Pnrr) a firma del presidente Draghi, la quota Sud è già stimata a 82 miliardi, che costituiscono il 40 per cento esatto degli interventi “territorializzabili”, cioè quelli che hanno una destinazione o una ricaduta territoriale: strade, ferrovie, scuole, asili, sanità di territorio, porti, acquedotti. Ci sono invece interventi non attribuibili a un territorio o a un altro, come la digitalizzazione della pubblica amministrazione centrale, o gli investimenti nei satelliti spaziali. Ricapitolando: fondi non territorializzabili 17 miliardi circa, fondi territorializzabili 205: il 40 per cento di questi ultimi fa 82 miliardi, non 89 di cui qualcuno parla. Quei sette miliardi “in più” non sono mai esistiti e quindi non possono mancare a nessun appello».
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Testata:  Sole 24 Ore 
Autore:  Mangano Marigia 
Titolo: Mediobanca-Del Vecchio, primo compromesso – Tra Mediobanca e Del Vecchio compromesso sulla governance
Tema: governance banche

Il consiglio di amministrazione di Mediobanca integra l’ordine del giorno dell’assemblea alla luce delle richieste presentate dalla Delfin di Leonardo Del Vecchio, primo socio della banca con quasi il 18,9%. Il board dà sostanzialmente un via libera all’eliminazione del vincolo statutario sulla presenza dei manager in consiglio, ma solleva invece «criticità» sulla proposta relativa alle modifiche del voto di lista, tant’è che rilancia con una soluzione alternativa: assegnare alle minoranze un numero variabile di amministratori in funzione della dimensione del Consiglio nella misura pari al 20% dei componenti. Il pacchetto di proposte definitivo, che sarà esaminato dal mercato in occasione dell’assemblea del 28 ottobre dei soci della banca, è stato accolto con soddisfazione da Delfin: la holding, «nell’interesse della banca», ha deciso di ritirare la sua precedente proposta sulla governance. Mediobanca è intervenuta punto per punto sulle integrazioni presentate da Leonardo Del Vecchio. Partendo da una considerazione di base sul metodo: la prassi «ormai consolidata nella interazione tra azionisti e società quotate» – ha osservato – prevede che il socio che «intende presentare istanze avvii con la società un dialogo costruttivo e temporalmente coerente con le prerogative degli organi sociali e delle Autorità di Vigilanza, ricorrendo direttamente ai soci solo in caso di inerzia o mancato accoglimento». Un percorso, osserva Mediobanca, non avvenuto in questo caso. Detto questo, nel merito invece, il cda condivide la prima richiesta di Delfin, relativa all’eliminazione del vincolo statutario sulla presenza dei manager in consiglio. Del resto, proprio questo punto, secondo quanto si apprende, sarebbe stato negli scorsi mesi oggetto di una riflessione in seno al consiglio.
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Testata:  Corriere della Sera 
Autore:  Marro Enrico 
Titolo: Revisione del catasto, quando nel 2014 Lega e Fratelli d’Italia votarono la riforma
Tema: riforma del catasto

«Salvini approvò già questa riforma del catasto. Ma non lo sa (o finge)». Sotto questo titolo ieri un articolo del quotidiano il Foglio ha ricordato che la Lega, e anche Fratelli d’Italia, votarono sette anni fa in Parlamento un disegno di legge delega di riforma del fisco che prevedeva una revisione del catasto come quella contenuta nel provvedimento approvato qualche giorno fa dal Consiglio dei ministri in assenza dei ministri del Carroccio, che accusa il presidente del Consiglio, Mario Draghi, di porre le basi per una stangata sulla casa. Un testo unificato In effetti, riprendendo gli atti parlamentari dell’epoca, non si può non restare sorpresi, benché la politica viva di clamorose giravolte secondo le convenienze del momento. Era il 27 febbraio del 2014. A Palazzo Chigi c’era, da meno di una settimana, Matteo Renzi, alla guida di un governo di centrosinistra. Alla Camera giungeva a conclusione il lungo iter di un disegno di legge delega fiscale che aveva unificato, grazie al lavoro in commissione, 4 proposte di legge presentate da tutti gli schieramenti politici. Fu approvato con 309 sì e nessun voto contrario. A favore anche Lega e Fratelli d’Italia, nonostante fossero all’opposizione. La legge (la numero 23 del 2014) si componeva di 16 articoli, di cui il secondo dedicato alla «Revisione del catasto dei fabbricati». Con contenuti simili, se non sovrapponibili all’articolo 7 del disegno di legge approvato dal governo Draghi e intitolato più morbidamente «Modernizzazione degli strumenti di mappatura degli immobili e revisione del catasto fabbricati». Secondo la legge del 2014, il governo era delegato a rivedere il «sistema estimativo del catasto» assegnando «a ciascuna unità immobiliare il relativo valore patrimoniale e la rendita».
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Autore:  Picchio Nicoletta 
Titolo: Dal B20 dieci priorità per il rilancio – Clima, digitale e donne: subito azioni concrete
Tema: B20
Attenzione al clima e accelerare la decarbonizzazione; riforma del Wto per rilanciare il multilateralismo; far leva sul digitale per aumentare l’inclusione; superare i divari di genere e aumentare la presenza delle donne; sostenere gli investimenti nelle scienze della vita. Sono le priorità che la business community del B20 ha rivolto ai governi dei grandi della terra, contenute nel documento finale che è stato consegnato ieri al premier Mario Draghi, in quanto presidente di turno del G20. «Siamo pronti a lavorare in modo molto forte con lei, in collaborazione tra pubblico e privato», ha detto la presidente del B20, Emma Marcegaglia, rivolgendosi al presidente del Consiglio Mario Draghi, collegato con l’auditorium di Confindustria, e davanti alla platea degli imprenditori italiani e stranieri, presente il numero uno degli industriali, Carlo Bonomi. «Sono fiduciosa che sotto la sua leadership indiscussa il vertice dei capi di Stato e di governo farà “whatever it takes” per costruire un avvenire migliore, le imprese sono dalla vostra parte, insieme porteremo a termine la missione». Il messaggio delle imprese è nel documento di quasi 70 pagine preparato dalle nove task force del B20, che hanno coinvolto mille delegati e duemila partecipanti, raccomandazioni corredate ognuna da specifici indicatori di risultato per misurare l’azione dei governi da qui al 2024. Non solo obiettivi politici e strategici, quindi, ma soprattutto indicare azioni concrete: è stato questo l’obiettivo della chair Marcegaglia, per far sì che il 2021 possa essere «un anno di rinascita».
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Societa’, istituzioni, esteri

Testata:  Corriere della Sera 
Autore:  Basso Francesca 
Titolo: Muro anti migranti chiesto da 12 Paesi Il no di Bruxelles – Dai baltici alla Grecia, la richiesta di 12 Stati: «La Ue ci dia i fondi per blindare i confini»
Tema: L’Europa si divide sui migranti

Il muro anti-migranti divide l’Europa. Dodici Paesi Ue hanno scritto alla Commissione europea e alla presidenza di turno slovena dell’Ue per chiedere nuovi strumenti per proteggere le frontiere esterne dell’Unione di fronte ai flussi migratori e di poter finanziare con il bilancio dell’Ue la costruzione di recinzioni e muri. Un primo stop è arrivato dalla commissaria Ue agli Affari interni, che ha parlato al termine del consiglio che si è tenuto a Lussemburgo: «Abbiamo davvero bisogno di rafforzare la protezione dei confini esterni dell’Unione — ha detto —. Alcuni Stati membri costruiscono barriere e li capisco. Ma non penso che sia una buona idea usare fondi Ue per costruirle». La presidenza slovena, invece, sostiene la proposta. II documento è stato firmato dai ministri dell’Interno di Austria, Cipro, Danimarca, Grecia, Lituania, Polonia, Bulgaria, Repubblica Ceca, Estonia, Ungheria, Lettonia e Slovacchia. II ministro sloveno Ales Hojs ha spiegato di non avere ricevuto la lettera e dunque di non avere avuto «l’opportunità di firmarla» ma «comunque ho avuto l’occasione di sostenerla pubblicamente» e ha ricordato che «dopo il disastro del 2015, la Slovenia ha deciso di erigere barriere, a sue spese, su parte del confine della Croazia, e continuerà a farlo». Sul tavolo del consiglio Affari interni c’era tra i punti all’ordine del giorno il rafforzamento delle frontiere esterne dell’Ue, incluso lo screening e la detenzione dei migranti (che sono parte del nuovo Patto sulla migrazione e l’asilo, i cui negoziati sono però in stallo).
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Testata:  Corriere della Sera 
Autore:  Serafini Marta 
Titolo: Oltre i mille km di filo spinato: dove spuntano muri (e droni)
Tema:  L’Europa si divide sui migranti

L’ultimo muro a essere completato è quello che il governo di Atene ha eretto quest’estate al confine con la Turchia: una barriera dotata di un sistema di sorveglianza militare ad alta tecnologia che vede in campo droni, video camere termiche e radar, lungo 40 chilometri. La barriera — che si va ad aggiungere ai 400 agenti di Frontex impiegati in mare — arriva dopo che negli ultimi due anni la Grecia ha accusato Ankara di facilitare i flussi di migranti come strumento di pressione politica. Altra rotta battuta dai migranti è quella che passa dalla Bielorussia per raggiungere l’Unione Europea. L’hanno percorsa già coloro che sono andati via dall’Afghanistan prima del ritiro statunitense: poche migliaia finora, secondo Frontex. Ma a inizio agosto, il Parlamento di Vilnius ha autorizzato la costruzione di 508 chilometri di barriera che separeranno definitivamente il Paese dalla sua ex vicina sovietica, la Bielorussia. Il muro dovrebbe essere completato entro la fine del 2022, nonostante le proteste delle organizzazioni umanitarie che ricordano come lo Stato del presidente Alexander Lukashenko sia già soggetto a sanzioni europee per le repressioni a danno dei dissidenti politici. Il progetto lituano potrebbe anche ricevere finanziamenti europei, dopo che i vari ministri degli Esteri del blocco hanno espresso solidarietà sulla costruzione della nuova barriera. Ad essere preoccupata è anche la Polonia, altra nazione che confina con la Bielorussia e accusa Minsk di usare i migranti come un’arma di pressione su questi Paesi, promuovendo il loro arrivo in Bielorussia e il loro transito attraverso il confine dell’Unione Europea.
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Testata:  Corriere della Sera 
Autore:  Valentino Paolo 
Titolo: Intervista a Wolfgang Thierse – «E’ il frutto della disunione Più politica comune contro le paure dell’Est»
Tema: L’Europa si divide sui migranti

«La richiesta di usare i fondi europei per costruire barriere e muri per fermare l’immigrazione è una conseguenza della disunione europea, frutto dell’incapacità di mettersi d’accordo su regole comuni per l’immigrazione legale, l’accoglienza dei profughi che ne hanno diritto, pratiche corrette e uniche nelle procedure del diritto d’asilo. Ed è una proposta che provoca dolore e deve metterci in allarme». Wolfgang Thierse è uno dei padri della Germania riunificata. Nato a Breslavia 78 anni fa, laureato in Filologia tedesca alla Humboldt di Berlino, è stato fra i protagonisti del movimento di protesta che nell’89 portò alla caduta del Muro e alla fine del regime comunista della Ddr. Eletto deputato per la Spd nel ’90, alle prime elezioni della Germania riunificata, dal 1998 al 2005 è stato presidente del Bundestag, primo tedesco dell’Est a occupare un’alta carica dello Stato. Si è ritirato dalla politica nel 2013. La considera un tradimento degli ideali europei? «Vede, che sia legittimo difendere i propri confini è indiscutibile. Ma un’altra cosa è il dovere dell’Europa di darsi regole giuste, che rispettino i principi umanitari sui quali si fonda e difendano i suoi interessi tracciando una strada legale che consenta a queste persone di venire in Europa e integrarsi. Queste regole devono essere identiche in tutti i Paesi membri». Joachim Gauck, l’ex presidente federale, disse nel 2015 che «il cuore dell’Europa è grande ma le sue possibilità hanno dei limiti». «Per questo dico che è legittimo controllare i confini esterni, anche regolando i flussi. Ma questa proposta vuole trasformare l’Europa in una fortezza. L’Unione Europea non può essere soltanto questo, bensì anche terra d’asilo per i perseguitati del mondo, bastione dei principi umanitari e della dignità delle persone. Questo significa regole certe e condivise, equa ripartizione dei rifugiati, solidarietà. Questo aspetto non può essere ignorato, senza violare lo spirito e i valori identitari della costruzione europea».
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Testata:  Corriere della Sera 
Autore:  Basso Francesca 
Titolo: Varsavia, ora Bruxelles teme la «Polexit»
Tema: crisi politica in Europa
La sentenza della Corte Costituzionale polacca che ha sancito il primato della legge nazionale sul diritto europeo, minando di fatto uno dei principi fondanti dell’Unione, ha aperto una finestra sull’ignoto e sta alimentando i focolai nazionalisti di chi all’estero, come in Italia, ha sempre contestato l’ingerenza di Bruxelles. La Polexit giuridica spaventa e impone allo stesso tempo cautela. Per i giudici polacchi ci sono tre opzioni: cambiare la costituzione, cambiare i Trattati o uscire dall’Unione europea. Delle tre istituzioni Ue, finora sono intervenute la Commissione e il Parlamento. II presidente David Sassoli è stato il primo a reagire giovedì con un tweet in cui ha invocato delle «conseguenze» per Varsavia e ieri sera ha chiesto «parole chiare» anche ai presidenti del Consiglio europeo Charles Michel e della presidenza slovena di Janez Jana, fino a quel momento silenti. Ieri mattina, invece, la presidente della Commissione Ue, Ursula von der Leyen, «profondamente preoccupata» per la sentenza, ha garantito che la Commissione userà «tutti i poteri che abbiamo in base al trattati per assicurare» il primato del diritto Ue su quelli nazionali, incluse «le 99 disposizioni costituzionali. È quello che tutti gli Stati membri dell’Ue hanno sottoscritto come membri dell’Unione». I servizi della Commissione analizzeranno la sentenza «a fondo e rapidamente» e su quella base la Commissione deciderà le mosse successive. «L’Ue è una comunità di leggi e di valori — ha sottolineato la presidente —: è questo che tiene l’Unione insieme e che ci rende forti».
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Testata:  Repubblica 
Autore:  Mastrobuoni Tonia 
Titolo: La Polonia sfida Bruxelles E nella Ue tornano i muri – “La nostra legge prevale sui trattati” La sfida di Varsavia rilancia i sovranisti Ue
Tema: crisi politica in Europa
Lo scontro senza precedenti tra la Polonia e l’Unione europea rianima le destre sovraniste, attualmente orfane di argomenti “caldi”. L’indignazione delle capitali europee – Francia e Germania in testa – dinanzi alla decisione della Corte costituzionale polacca di dichiarare incostituzionali alcuni articoli dei Trattati europei ha catapultato leader e premier populisti sulle barricate. La numero uno del Front national francese, Marine Le Pen ha promesso che se vincerà le presidenziali di aprile riaffermerà «il primato delle leggi e delle giurisdizioni nazionali». Toni simili sono stati usati dall’astro nascente della destra francese, Eric Zemmour: «È tempo di restituire al diritto francese il suo primato sul diritto europeo». Ma anche in Italia il clamoroso verdetto che pretende di porre la legge polacca al di sopra di quella europea e rischia di avviare un percorso di uscita della Polonia dall’Unione, ha eccitato gli animi. Giorgia Meloni, leader di Fratelli d’Italia, ha twittato che la pensa «come le Corti costituzionali tedesca, polacca e altre: la Costituzione voluta, votata e difesa dal popolo italiano viene prima delle norme decise a Bruxelles. Perché si può stare in Europa anche a testa alta, non solo in ginocchio come vorrebbe la sinistra». Peccato che la Corte tedesca di Karlsruhe, nell’obbligo di salvaguardare la sovranità del Bundestag, anche sulle questioni più spinose abbia sempre demandato ogni decisione finale alla Corte Ue o al governo Merkel. Il segretario del Pd, Enrico Letta, ha sottolineato come la sentenza di Varsavia «difesa da Meloni, Orban e Le Pen» sia «di principio, generale e dalle conseguenze gravi a differenza di quella tedesca che è rimasta infatti senza seguiti». il politologo Milosz Hodun del think tank Projekt Polska spiega che «quello del governo polacco è proprio un messaggio rivolto alle altre destre europee, a Salvini, Meloni, Le Pen, a Vox. E il messaggio è: aiutateci a cambiare le leggi europee e a riprenderci la sovranità sulle nostre leggi».
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Testata:  Stampa 
Autore:  Perosino Monica 
Titolo: La sfida di Bruxelles contro Varsavia “Il diritto europeo prevale sugli Stati”
Tema:

Il Tribunale di Varsavia, controllato dal governo sovranista e guidato da una sua fedelissima, Julia Przylebska, ha stabilito che «due articoli (1 e 19) dei Trattati europei non sono compatibili con la Costituzione polacca», un affondo che potrebbe incidere negativamente sull’avvenire del Recovery Fund per Varsavia, vincolato al rispetto dello stato di diritto, da tempo indebolito e sotto “osservazione” proprio per le violazioni all’indipendenza dei giudici. Lapidario il leader del partito al governo Jaroslaw Kaczynski: «L’Unione europea non ha voce in capitolo sulla giustizia polacca e non ha il diritto di interferire in certi aspetti della vita pubblica del Paese». Un atto di nazionalismo giudiziario che molto è piaciuto a Marine Le Pen («Espressione della volontà dei popoli sovrani»), al premier magiaro Orban e, in Italia, a Giorgia Meloni. Ma il fronte europeo resta compatto con la presidente della Commissione Ue Von der Leyen, che avverte: «Useremo tutti i poteri che abbiamo per assicurare il primato dei nostri Trattati» e il presidente del Parlamento Sassoli promette che con la Polonia «saremo inflessibili» perché in gioco ci sono «la nostra convivenza, i nostri valori e il futuro dell’Unione». A fianco della Ue si schierano nettamente Francia, Germania e Italia, con l’eccezione della leader di Fi Meloni che la trasforma in un’occasione per attaccare Letta: «Oggi grida allo scandalo. Dimentica però che è esattamente quanto fatto più volte dalla Germania della Merkel che ha ribadito che le norme Ue si applicano in Germania solo se non ledono l’interesse nazionale». Accusa respinta al mittente da Letta che ha sottolineato quanto fossero «diversissime la sentenza polacca e quella tedesca sulla Bce». Il rebus tuttavia è complesso perché la sentenza polacca va a inserirsi in un rapporto già ai minimi termini tra Ue e Varsavia per il nodo dello stato di diritto. E potrebbe complicare non poco il via libera al Recovery polacco.
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Testata:  Corriere della Sera 
Autore:  L.Cr. 
Titolo: Terrore Isis a Kunduz: strage alla moschea sciita Almeno sessanta morti
Tema: Afghanistan

Almeno una sessantina di morti e oltre cento feriti: il terrorismo torna a colpire duro in Afghanistan. Per il nuovo regime talebano è uno smacco grave. Aveva promesso la fine dell’era delle stragi. Ma l’attentato suicida ieri in una moschea gremita di sciiti per la preghiera del venerdì nella città settentrionale di Kunduz vanifica le speranze di stabilità e rilancia invece la battaglia interna contro le colonne di Isis e gli altri gruppi del radicalismo pan-islamico. L’attacco è stato infatti rivendicato dall’Isis nel pomeriggio di ieri con un comunicato postato sui canali Telegram in cui si spiega che l’attentatore suicida «ha azionato la cintura esplosiva». Interesse del gruppo è cercare il sostegno tra le correnti più estremiste del fronte talebano a scapito di chi invece cerca il riconoscimento della comunità internazionale.
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Testata:  Repubblica 
Autore:  Brera Paolo 
Titolo: Kunduz, l’Isis fa strage nella moschea sciita “Almeno 55 morti”
Tema: Afghanistan

Sul numero dei morti non c’è una cifra ufficiale, ma è una carneficina: il killer suicida che si è fatto esplodere tra la folla ha fatto almeno 55 vittime, la somma algebrica dei corpi senza vita trasportati secondo un primo bollettino all’ospedale centrale di Kunduz (35) e in quello di Medici senza frontiere (20), ma il bilancio finale potrebbe verosimilmente avvicinarsi o superare i cento morti, e certamente più di cento sono i feriti. L’attacco è l’ennesima dimostrazione che l’Isis-k ha dichiarato guerra aperta alla presunta stabilità e sicurezza rivendicata dai talebani. C’erano almeno 400 persone, raccontano testimoni scampati al massacro, nella moschea stipata al massimo per la cerimonia settimanale più sacra. Ma i terroristi takfiri dell’Isis, ispirati cioè alla dottrina secondo cui sono infedeli da colpire tutti coloro che non ne condividono l’interpretazione fondamentalista sunnita, facendo strage di “infedeli” sciiti indirizzano anche l’ennesimo siluro politico ai loro nemici giurati, i talebani che ora vivono la nemesi di governare tra le bombe altrui. Uno dei punti delicati dell’agenda politica del nuovo Emirato islamico è proprio la gestione delle sue minoranze: non si fa Stato senza garantire sicurezza anche agli hazara e ai tagiki afghani, sciiti contro i quali i talebani stessi sono violenti prevaricatori. Ma ora che si sono fatti Stato devono vivere la contraddizione di governare con l’inclusività pretesa dalla comunità internazionale. E su questo dente dolente l’Isis sparge sangue e terrore. ì
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Testata:  Stampa 
Autore:  Scaraffia Lucetta 
Titolo: Scandalo pedofili in Francia “Resti il segreto confessionale” – Abusi, “Resti il segreto del confessionale”
Tema: Chiesa e pedofilia

Lo scandalo degli abusi – che questa volta ha investito la Francia – sta mettendo in discussione uno dei capisaldi della dottrina cattolica, il segreto confessionale. Spaventato dall’alto numero di abusi su minori emersi dal rapporto appena pubblicato, infatti, il ministro dell’Interno ha chiesto al presidente della Conferenza episcopale di obbligare alla denuncia i confessori che vengono a conoscenza di un abuso sessuale. Non è la prima volta che gli abusi provocano questa conseguenza: in Australia il governo di Canberra ha votato una legge che obbliga i sacerdoti a denunciare i fatti di cui vengono a conoscenza, anche in confessione, e lo stesso è accaduto in Cile, dove sono venuti alla luce gravi casi di abusi sessuali. Del resto anche in Italia la Corte di Cassazione, nel 2017, ha affermato che i sacerdoti che non rivelano le notizie di cui sono in possesso a proposito di abusi sessuali possono essere condannati per falsa testimonianza. Si tratta di casi ancora isolati, che nascono dalla sfiducia nei confronti della capacità e della volontà della chiesa di punire gli abusatori, e che costituiscono una forte rottura con una tradizione giuridica occidentale che ha sempre rispettato il segreto confessionale. Le eccezioni sono veramente poche. Le vicende di sacerdoti che – costretti a parlare con la forza – si sono rifiutati di farlo andando incontro al martirio riguardano casi limite, i cui protagonisti (come un re di Boemia nel XIV secolo, le truppe che combattevano i cristeros in Messico e quelle contrapposte ai franchisti nella guerra civile spagnola) si configurano come episodi violenti al di là delle leggi. Ciò che avviene oggi è di segno ben differente, e rivela una totale mancanza di rispetto nei confronti della chiesa che difende un sacramento importante, e non una norma contingente che può cadere con il cambiamento delle condizioni storiche. Mancanza di rispetto che nasconde probabilmente anche un’ignoranza del peso di quanto si chiede dovuta alla secolarizzazione.
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