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Missoni forever. 100 anni di storia, amore e lavoro

10.02.2021

Alla domanda «chi è il creatore tra lei e sua moglie?» Ottavio Missoni rispondeva «io sono il creatore, ma Rosita ha creato me». Nato a Ragusa l’11 febbraio 1921, quest’uomo diretto e simpatico, bello come il sole e creativo come pochi, compirebbe 100 anni domani se il suo cuore non si fosse fermato nel maggio del 2013.
La famiglia ha deciso di festeggiare il centenario del capostipite per tutto il 2021, anno in cui anche Rosita Missoni, Cavaliere del Lavoro, compirà 90 anni. I due si sono conosciuti nel 1948 a Londra dove lei, appena sedicenne, stava seguendo un corso d’inglese, mentre lui partecipava alle Olimpiadi.

Giustamente fiera di quanto ha costruito con il marito e i tre figli, la signora ci racconta una storia che in un certo senso coincide con quella del nostro Paese che vince anche quando perde perché tutto si basa sull’individuo e sulla capacità di essere singoli in un plurale molto speciale.

È vero che ha visto sfilare suo marito come portabandiera dell’Italia e ha deciso di sposarlo?
«Non proprio. Prima mi ha colpito perché era italiano e aveva la maglia 331. La somma fa 7 che era il numero fortunato dei miei nonni materni nati entrambi nel 1877. Poi Tai era anche alto, bello ed elegantissimo: aveva un portamento straordinario. Comunque sia il vero incontro avvenne il giorno dopo sotto la statua di Cupido in Piccadilly Circus dove ci si doveva trovare per poi andare in treno a Brighton. Mi aveva invitata a questa gita Ivana Testa un’amica il cui padre era Presidente della Società Ginnastica Gallaratese. Durante il viaggio la mamma della mia amica mi sussurra in un orecchio: “Hai visto Rosita che bel giovanotto?” Io alzo gli occhi e in quel momento li alza anche Tai: credo di esser diventata di tutti i colori».

Quando vi siete innamorati?
«Io credo subito, lui non me l’ha mai detto ma è stato tenace nel farmi la corte. Quando è mancata mia madre tra le sue cose ho trovato una cartolina di Tai che diceva: “E la terza volta che ti vengo a trovare e non ti trovo, sei sempre a sbrindolo”. Credo che la mamma l’avesse intercettata e nascosta per calmare le acque».

Chi del due ha parlato per primo di matrimonio?
«Veramente l’ha fatto mio suocero e lui deve avergli allungato un calcio sotto il tavolo».

Eppure sembravate proprio predestinati…
«Altrochè: io sono nata il 20 novembre, Sant’Ottavio. E lui per i miei 80 anni mi ha fatto uno dei suoi biglietti fantastici con la scritta: “Auguri dal tuo sposo Sant’Ottavio”. Io ho sempre detto: il Missoni mi è simpatico. E lui di questo era molto fiero».

Non era fiero anche delle sue avventure belliche?
«Più che altro era felice di aver portato a casa la pelle. Raccontava di aver partecipato alla battaglia di El Alamein dormendo. La cosa ci faceva molto ridere perché lui amava dormire e non si svegliava facilmente. Per cui è plausibile che quella notte di ottobre del 1941 si sia accucciato in una buca per proteggersi dalle bombe e abbia finito per dormire».

E al risveglio cosa ha fatto?
«Si è diretto verso dei soldati incolonnati che gli facevano cenno di avvicinarsi. Erano neozelandesi di stanza in Africa con le truppe di Sua Maestà che l’han tenuto prigioniero per quattro anni».

Lui aveva proprio scelto di essere Italiano, vero?
«A scegliere alla fine della prima guerra mondiale fu mio suocero, lui non era ancora nato quando nel 1920 fu ratificato il trattato di Rapallo con cui Ragusa divenne Dubrovnik. La famiglia si trasferì a Zara per permettere a Tai e a suo fratello di fare le scuole italiane. Un loro zio scelse invece di essere jugoslavo e divenne giudice dell’ex Yugoslavia. A Dubrovink c’è stata un’intera generazione di giudici con il cognome Missoni. Uno, tra l’altro, è una specie di eroe contemporaneo perché durante le guerre d’indipendenza cominciate dopo la morte di Tito decise di rimanere in città sotto i bombardamenti dei serbi per mettere in salvo quel che restava della storia di Ragusa».

Quando comincia la sua carriera atletica?
«Prestissimo. Comincia dal nuoto e diventa subito campione di dorso. Però a Zara correvano tutti e lui con quelle gambe lunghe era perfetto. A soli 16 anni corre i 400 metri piani in 48,8 decimi entrando nel Guiness dei primati perché nessun atleta italiano di quell’età ha mai fatto un record del genere».

Ma è vero che ha anche posato per un fotoromanzo?
«Come no, s’intitolava Cuori nella tempesta. Lo fece per comprarsi un cappotto ma non so bene come mai alla fine ha comprato un ombrello».

E l’inizio con la moda?
«Ha iniziato lui facendo tute da ginnastica con un amico che era commissario tecnico della Nazionale. A Londra nel 48 ben tre squadre italiane indossano le loro tute: pallanuoto, basket e atletica».

Lei lo affianca subito nella produzione delle tute?
«Si. Avevamo un piccolo laboratorio sotto la nostra prima casa a Gallarate. Un anno dopo il matrimonio nasce Vittorio, nel 56 arriva Luca e alla fine del ’58 è la volta di Angela. Abbiamo sempre avuto casa e bottega insieme, è stata la nostra forza. Quando abbiamo costruito la casa e l’azienda a Sumirago ci dicevano tutti che eravamo matti: le aziende si fanno a Milano, in campagna si va per il weekend. Tai diceva che se proprio doveva lavorare lo faceva in campagna e nel weekend andava a Milano».

Ma come è stato il passaggio dalle tute alla moda?
«Io ho messo subito in produzione anche dei golfini da donna. Poi è arrivato tutto il resto. La prima sfilata è stata nel 1966 al Teatro Gerolamo. Siamo in passerella da 55 anni, un’enormità».

Si aspettava tutto questo?
«Francamente no, nel bene come nel male. Mio figlio Luca sta raccogliendo il materiale per una mostra che faremo a Venezia nell’ambito di Missoni 100, le manifestazioni del centenario. Sono contenta di ricordare tutto. E di chiedermi ancora cosa ci riserva il futuro».

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