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Intervista a Gianfranco Carbonato: “Io, signore dei laser ma il mio vero regno è il mare”

31.01.2022

È una storia semplice, così semplice da sembrare inventata. Invece quella di Gianfranco Carbonato è una di quelle storie che compongono il quadro collettivo delle eccellenze di Torino coni suoi punti simbolici: il liceo Cavour, il Politecnico, l’impulso innovativo e imprenditoriale, la proiezione internazionale. E infine il realismo nel constatare amaramente la caduta della classe dirigente attuale così avara nel restituire in investimenti sul territorio parte di quello che ha ricevuto.«Sono nato a Cusano Milanino i12 giugno del 1945 perché mio padre, Ernesto, si trovava lì per lavoro. Era un dirigente della Snia Viscosa. Mia madre, Aida, si prendeva cura della famiglia. E sono figlio unico. Siamo arrivati a Torino che ero ancora in fasce! Sono stato lombardo per soli sei mesi. Ci tengo a precisarlo perché sono profondamente sabaudo» (Sorride).

Dove è cresciuto?

«In Borgata Parella, corso Lecce. Le elementari le ho fatte alla Manzoni, le medie alla Costantino Nigra e poi il liceo al Cavour. Frequentavo l’oratorio di Sant’Anna dove giocavo sempre a pallone. Ricordo don Mario Foradini che ha poi fondato la clinica della Memoria a Collegno per i malati di Alzheimer. Una persona stupenda, un uomo impegnato, un progressista».

Mi narrava del Cavour. Che mondo era?

«Ci facevano studiare tanto. Se ho affrontato il Politecnico dopo il liceo, lo devo anche al rigore e alla formidabile preparazione del Cavour. Ricordo il professor Colombo, insegnava filosofia. Era un affabulatore, riusciva a tenerci con il fiato sospeso mentre ci raccontava i greci, Kant e così via. Con me studiavano Giampa Ormezzano, Silvio Lega, recentemente scomparso, è stato tra gli esponenti della Dc e l’avvocato Alberto Mittone con cui giocavo a calcio. E, se posso dire, era piuttosto scarso. Io invece, modestamente, ero piuttosto bravino. Sono anche stato chiamato dalle giovanili del Toro, ma dovevo decidere, se studiare o dedicarmi anima e corpo allo sport». (Sorride).

A questo punto, non posso non chiederle per chi tifa…

«Beh, per il Toro. Non c’è dubbio. È una fede ed è anche una sofferenza. La storia di questa squadra è un dramma senza fine. Sono stato iniziato al Toro da mio padre che mi portava spesso a vedere le partite al Filadelfia».

Ma è un tifoso sfegatato?

(Ride). «Non sono antijuventino. Ma quando c’è il derby e il Toro perde… effettivamente divento di cattivo umore e sono molto arrabbiato. Poi mi passa però».

Torniamo agli studi. Perché si è iscritto a Ingegneria?

«Non mi interessavano Legge ed Economia, tantomeno le materie umanistiche. Il medico non potevo farlo… se vedo il sangue svengo. Così ho scelto ingegneria. Sono stati anni duri, si studiava tanto. Bisognava concentrarsi e non avere altre idee per la testa».

Ma nemmeno l’amore?

«Avevo incontrato nel ’64 una splendida fanciulla già ai tempi del Cavour. Si chiama Franca L’ho conosciuta a una festa aziendale di carnevale al Circolo della Stampa. Io ero lì perché mio padre mi aveva chiesto di accompagnarlo e Franca lavorava già in Pininfarina. Era vestita da nano». (Sorride).

E lei era mascherato?

«Ma noo! Avevo solo un ginocchio ingessato perché mi ero infortunato giocando a calcio. Comunque, ad un certo punto, Franca si è tolta la testa da nano e ho capito che era il caso di invitarla a ballare. Era una bellissima ragazza».

Vi siete sposati subito dopo?

«No, eravamo troppo giovani, dovevo ancora iniziare il Politecnico. Più tardi nel 70 nella chiesetta di San Vito abbiamo celebrato il matrimonio. Siamo poi venuti ad abitare qui, dove siamo ancora oggi, in corso Siracusa Non ci siamo mai spostati. Per Franca era logisticamente una soluzione comoda, essendo più vicina alla Pininfarina. Poi nel ’73 è arrivata Giorgia. Io prendevo la mia Cinquecento e andavo a lavorare a Moncalieri».

E per chi?

«È una lunga storia. Dobbiamo tornare indietro, ma di poco. L’ultimo anno di Politecnico ho fatto una tesi sperimentale con altri studenti. Abbiamo costruito un calcolatore per il riconoscimento della voce. Ovviamente funzionava al dieci percento. I computer stavano appena comparendo all’orizzonte. Per cui siamo stati decisamente avanguardisti ».

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Articolo pubblicato su La Repubblica il 29/1/2022

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