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Innovazione, c’è un “esercito” da formare. Solo così l’Italia riparte

15.02.2019

Nel mondo si spendono 1 milione di dollari al minuto in commercio elettronico e in Italia solo il 14% delle imprese manifatturiere ha avviato processi di digitalizzazione. L’inefficienza del sistema della pubblica amministrazione costa 30 miliardi di euro, circa due punti di pil. Due dati che da soli restituiscono lo stato di salute (sarebbe meglio di “malattia”) del sistema paese. È quanto emerge dal Forum “Innovazione e produzione, una sfida per l’Italia” promosso dalla Federazione Nazionale dei Cavalieri del Lavoro. A illustrare tendenze, esperienze concrete, problemi e soluzioni possibili, nel corso dell’incontro tenuto giovedì 14 febbraio presso la Sala Consiglio della Federazione a Roma, Elio Catania, presidente Confindustria Digitale, Maurizio Sella, Presidente Banca Patrimoni Sella & C. e Luca Baroni, People Development, Compensation & Organization Manager di Ducati Motor Holding, coordinati da Paolo Mazzanti, direttore di Askanews.

Un “esercito” da formare
“Se noi avessimo in Italia 80mila tecnici diplomati in informatica, meccatronica, design di prodotto al computer, sistemi social per capire requisiti dei clienti, essi troverebbero lavoro oggi pomeriggio”, sottolinea Elio Catania presentando uno studio redatto per la Federazione da Confindustria Digitale. “E nei prossimi anni saranno 800mila. Parliamo di un esercito di nuovi lavoratori che dovranno avere competenze molto avanzate e che attualmente né l’Università né le scuole superiori forniscono”. Lo studio segnala un “gap formativo” quantitativo ma anche qualitativo, dalle Università escono solo 7.500 laureati Ict l’anno con un tasso di abbandono è altissimo, circa il 60% degli immatricolati. Dal punto di vista qualitativo: nei corsi di studio universitari ICT manca ancora un percorso di laurea specifico sul cloud, mentre ne esistono sei sui big data e quattro sulla cybersecurity.
L’Italia può recuperare terreno? Dei segnali di ripresa negli ultimi due anni si sono visti, ma è ancora poco. Alcuni ingranaggi del “meccanismo inceppato” si sono rimessi in funzione, le classi dirigenti pubbliche e private hanno sostenuto con più convinzione una discontinuità nei trend dell’innovazione, gli investimenti in Ict che hanno fatto registrare una crescita del 2,3% (2017/16), trend in salita che si è confermato anche per il 2018. “Ma ora la politica deve essere più chiara su quale siano le strategie” spiega Catania.

Perché non bisogna temere le macchine
Servono investimenti, formazione ma serve anche più fiducia. Lo mette in evidenza Maurizio Sella nel suo intervento. “Se la relazione uomo macchina è già molto avanzata, quella tra macchine lo è ancora di più. Pensiamo a una tecnologia molto banale, il Telepass. Il margine di errore è pari a zero. Pensiamo a tecnologie un po’ più futuristiche, si lavora a un frigo che grazie a sensori possa vedere cosa manca, possa ordinarlo, pagarlo e la spesa arriva a casa con un drone. L’automazione e lo scambio dei dati oggi si integrano, e sempre di più questa integrazione cambia il processo produttivo”. Sella richiama i lavori tenuti in occasione del Convegno nazionale dei Cavalieri del Lavoro tenuto lo scorso 30 settembre a Torino, dedicati proprio al tema dell’innovazione digitale, e ribadisce che “se non vogliamo essere un paese di serie B, dobbiamo prevedere investimenti per infrastrutture, scuole, sistemi di ricerca” ricordando che c’è molto da fare visto che l’Italia è terzultima in Europa in termini di digitalizzazione”.

Istituti professionali scuole di serie B? Chi lo dice?
Chiude gli interventi Luca Baroni, ex allievo del Collegio Universitario dei Cavalieri del Lavoro Lamaro Pozzani (“Sono particolarmente emozionati di essere qui” confessa prima di cominciare la sua relazione). Forte della sua esperienza sul campo, Baroni denuncia il forte divario che si registra nell’interlocuzione tra mondo del lavoro e mondo scolastico e pone l’accento anche su “fardelli” di ordine culturale. “C’è una grande differenza anche di percezione valoriale di determinati lavori e competenze in certi ambiti. La digitalizzazione è ovunque la viviamo nel quotidiano, e ciò dovrebbe abbattere una serie di diffidenza che pure si hanno a livello istituzionale e imprenditoriale. Basti guardare l’effetto che hanno avuto sulla filiera degli istituti alberghieri i vari formati tv e media. Non bisogna per forza seguire questa strada, ma è un esempio”. Baroni richiama infine il sistema di formazione professionale tedesco, fortemente centrato sullo scambio scuola-lavoro. “In Motor Valley abbiamo pensato a una via italiana al modello duale tedesca e devo dire che accanto a molte soddisfazione registriamo ancora la sciocca dicotomia del sapere a due livelli per un istituto tecnico professionale non è considerato uno sbocco serio. Bene, forse pochi sanno che nel Cda della Wolkswagen la metà dei componenti ha fatto il professionale”.

Forum "Innovazione e produzione: una sfida per l'Italia"