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Attualità e grandi temi | Parlano i Cavalieri del Lavoro

Civiltà del Lavoro N. 3/2026

Gli editoriali

Valori e idee al servizio del Paese - di Ugo Salerno
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Il numero che sfogliate ospita, come ogni anno, un focus dedicato alle storie dei nuovi Cavalieri del Lavoro nominati dal Presidente della Repubblica. Si tratta di un viaggio appassionante alla scoperta di donne e uomini che esprimono il meglio della capacità imprenditoriale e manageriale del Paese. Un viaggio che riflette i mutamenti del tessuto produttivo dell’Italia, con l’ingresso di nuove specializzazioni d’impresa e una sempre maggiore proiezione internazionale, e che rispecchia al contempo una presenza più rarefatta in settori maturi.

Comune a tutti i Cavalieri del Lavoro è una visione dell’impresa come soggetto in grado di generare non soltanto valore economico, ma capace di creare nuova occupazione e dialogare positivamente con i territori e le istituzioni; un soggetto sensibile alle istanze ambientali, e per questo attento al miglioramento dei processi produttivi, e parimenti proiettato verso l’innovazione, intesa come strumento per accrescere il benessere collettivo.

È un patto tacito che le imprenditrici e gli imprenditori insigniti dell’onorificenza rinnovano ogni giorno con il loro lavoro. Nel concreto, questo impegno si traduce in un contributo pari al 5% del Pil nazionale, un valore importante se pensiamo che numericamente le aziende dei Cavalieri del Lavoro rappresentano appena lo 0,04% del tessuto imprenditoriale italiano (fonte: Crif). E allora perché da circa trent’anni (salvo gli anni post Covid) l’Italia registra un tasso di crescita del Pil stabilmente inferiore alla media europea?

Senza la pretesa di sostituirci alle analisi che eminenti economisti hanno prodotto sulle cause della mancata crescita dell’Italia, che ovviamente includono molteplici fattori di contesto, siamo tuttavia convinti che una delle spiegazioni risieda nel fatto che i modelli imprenditoriali rappresentati dalle aziende dei Cavalieri del Lavoro costituiscono una porzione ancora fortemente minoritaria all’interno del sistema produttivo italiano.

Quest’ultimo poggia essenzialmente su piccole e medie imprese con meno di 50 dipendenti, poco capitalizzate e prive dei mezzi sufficienti per investire e crescere. Politiche lungimiranti dovrebbero intervenire su questa criticità, incentivando il ricorso al capitale di rischio che, rafforzando patrimonialmente le aziende, consente maggiori investimenti in innovazione in termini di dotazione (macchinari, brevetti, software) e in termini di capitale umano qualificato.

Crescita dimensionale e capacità di innovazione procedono affiancate ed è per questo motivo che occorre intervenire anche su un altro aspetto, ovvero quello del trasferimento tecnologico. L’innovazione che nasce nei centri di ricerca e negli atenei deve entrare in azienda. Come? Favorendo, ad esempio, la mobilità dei ricercatori tra università e impresa, che nel caso italiano costituisce il punto più debole nel confronto europeo.

Aziende innovative, di maggiori dimensioni e proiettate sui mercati internazionali diventano giocoforza più attrattive verso i nostri giovani più qualificati perché sono in grado di offrire retribuzioni e percorsi di carriera competitivi con quelli che troverebbero altrove, fuori dall’Italia. Il dato dei 630mila giovani fra i 18 e i 34 anni che tra il 2011 e il 2024 hanno lasciato il nostro Paese deve far riflettere, ma quello che ci deve allarmare è che nel triennio 2022-2024 ben il 42,1% degli emigrati fosse laureato.

Il risultato è la perdita secca di una potenziale classe dirigente, la quale dopo essersi formata in Italia costruisce altrove il proprio progetto di vita; spesso nemmeno troppo lontano, se è vero che Regno Unito, Germania e Svizzera rappresentano, in quest’ordine, le destinazioni privilegiate.

Di questi temi ho avuto l’opportunità di parlare in occasione di una recente audizione alla Camera dei deputati presso la Commissione Attività produttive, commercio e turismo, che ha avviato una indagine conoscitiva sulle dinamiche del Pil italiano nel periodo 1992–2025 in rapporto alla media Ue e ha chiesto ai rappresentanti del mondo produttivo di esprimersi sulle possibili leve di intervento per sostenere la crescita economica.

Come Federazione dei Cavalieri del Lavoro riteniamo nostro dovere tenere accesi i riflettori su questi temi. Giovani, imprese e innovazione sono questioni cruciali per il futuro del Paese.

Il riarmo che divide l’Italia - di Paolo Mazzanti
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Il riarmo, che divide l’Italia e l’Europa, sarà uno dei temi dominanti delle campagne elettorali del 2027 nel nostro Paese, in Francia e Spagna. Chi contesta il riarmo – da noi un fronte trasversale che va dalla Lega al M5S, da Futuro nazionale di Vannacci a Avs – sostiene che la Russia non avrebbe alcuna intenzione di attaccare l’Europa e/o i paesi Nato, che la paura è sollecitata ad arte dalle industrie militari per i loro interessi e che gli investimenti militari finirebbero per sottrarre preziose risorse al welfare, in primo luogo alla sanità.

A queste contestazioni i partiti e i governi che sostengono il riarmo replicano che i maggiori investimenti in difesa non derivano tanto dal timore di un attacco russo, ma dalla richiesta americana ai paesi europei, che risale al 2014, di aumentare il proprio impegno nella Nato a fronte della scelta strategica degli Stati Uniti di destinare maggiori risorse all’Indo-Pacifico e al Medio Oriente. Dopo di che, i fautori del riarmo sostengono che la Russia rappresenta già ora una minaccia per i nostri paesi in termini di guerra ibrida: cyberattacchi, sconfinamenti di droni che turbano il trasporto aereo, aumento di minacce verso i paesi Baltici, la Polonia e gli altri paesi europei che sostengono l’Ucraina. E va ricordato che in caso di un attacco russo ai Baltici o alla Polonia, tutti saremmo impegnati a intervenire in loro difesa non solo in base all’articolo 5 del Trattato Nato ma anche in base all’articolo 42 del Trattato Ue.

È per tutte queste considerazioni che i paesi Nato, e noi tra essi, al vertice dell’Aja del 2025 si sono impegnati a portare la spesa in difesa al 5% del Pil (3,5% in spesa militare vera e propria e l’1,5% in spesa per la sicurezza) entro il 2035. L’impegno è stato riconfermato al vertice Nato di Ankara del 7 e 8 luglio scorsi. Su questa base, la Commissione europea ha varato il 4 marzo 2025 il programma ReArm Europe (poi ribattezzato con un meno esplicito Readiness 2030), che prevede la sospensione del Patto di Stabilità per le spese degli Stati in difesa e il fondo Safe di 150 miliardi di risorse europee da destinare a investimenti nelle industrie degli Stati membri che si impegnino in progetti comuni.

Su questo quadro pesano due incertezze strategiche. La prima è la posizione del presidente Donald Trump, che si è più volte lamentato dello scarso aiuto ricevuto dai paesi europei nella guerra con l’Iran, ha messo in dubbio la fedeltà degli Usa all’articolo 5 Nato e continua a rivendicare la Groenlandia, che appartiene alla Danimarca. È vero che al vertice di Ankara Trump non ha messo in discussione la piena partecipazione del suo paese alla Nato, ma la sua imprevedibilità suggerisce comunque di prepararsi a un più o meno marcato distacco degli Stati Uniti dall’Alleanza, il che vuol dire rafforzare il “pilastro europeo” della Nato.

La seconda incertezza riguarda l’Iran e lo stretto di Hormuz, che gli iraniani intendono utilizzare come una spada di Damocle sull’economia mondiale. La chiusura dello Stretto minaccia più l’Europa che gli Stati Uniti e Trump ha già detto che dovranno essere gli europei a farsene carico, sia collaborando allo sminamento dello Stretto, sia assicurando per il futuro la libertà di navigazione in quelle acque tormentate. Il ruolo europeo in Medio Oriente si aggiunge dunque al sostegno all’Ucraina, che dopo il disimpegno americano ricade ormai completamente sui nostri paesi.

Per tutte queste ragioni il riarmo difensivo, accompagnato da un’offerta di dialogo e trattativa diplomatica, appare dunque una triste necessità che andrebbe coordinata a livello Ue, anche per evitare di avere anche in questo un’Europa a più velocità: i paesi del Nord Europa, dalla Germania ai Baltici, dalla Svezia alla Polonia, che per la loro posizione geografica si sentono più esposti all’aggressività russa, stanno già fortemente aumentando le spese militari. L’Europa del Sud invece è assai più incerta e prudente.

Il nostro Paese, nonostante i continui allarmi del ministro della Difesa Guido Crosetto (“Non abbiamo gli anticorpi – ha detto di recente – per contrastare la penetrazione russa”) non ha per esempio ancora deciso se utilizzare i 15 miliardi a noi destinati del fondo Safe, col rischio che quei soldi potrebbero essere dirottati verso altri paesi. Maggioranza e opposizione sono divise perché in entrambi gli schieramenti ci sono forze favorevoli e forze contrarie al riarmo. Così come ci sono forze favorevoli e forze contrarie a una maggiore integrazione europea anche nel campo della difesa, per arrivare in prospettiva se non a un vero e proprio esercito europeo, non previsto dai Trattati, almeno a un forte coordinamento tra le industrie della difesa e tra gli eserciti europei.

Tocca alle forze politiche (partiti, coalizioni e loro leader) presentare a noi cittadini, in vista delle elezioni politiche del 2027, un programma chiaro ed esplicito, senza ambiguità e furbizie, sul ruolo dell’Italia nel nuovo contesto geopolitico. Un ruolo che sappia proiettare nel futuro i pilastri della nostra appartenenza all’Unione europea e all’Alleanza atlantica, seguendo l’esempio del Presidente Sergio Mattarella, che il 14 luglio scorso ha partecipato a Parigi alle celebrazioni della Festa nazionale francese, insieme a una trentina di Capi di Stato e di governo, compreso il Presidente ucraino Zelensky. Sugli Champs Elysees hanno sfilato anche il nostro tricolore e un nostro contingente militare: a testimonianza che la difesa dei cittadini e dei valori dell’Europa è un impegno e un dovere comune.

Primo piano

Destinazione Africa

L’Africa, giovane e ricca di risorse, è oggi al centro di una nuova stagione di cooperazione internazionale. Il Piano Mattei punta a costruire partnership di lungo periodo fondate su trasferimento tecnologico, formazione e sviluppo industriale. Ne discutiamo con Mario Molteni, Ceo E4Impact, ed Enrico Maria Bagnasco, presidente Confindustria Assafrica & Mediterraneo, insieme ai Cavalieri del Lavoro Marco Bonometti, Marco Checchi, Laura Colnaghi Calissoni, Claudio Descalzi e Giovanni Rubini, che portano la loro esperienza diretta sul campo.