COSTRUIRE VALORE attraverso il lavoro N.3/2026

Negli ultimi anni l’Africa è entrata stabilmente al centro del dibattito economico e geopolitico internazionale. La crescita della popolazione, lo sviluppo delle aree urbane, l’espansione delle infrastrutture e la progressiva affermazione di nuove capacità produttive stanno trasformando il continente in uno dei protagonisti delle grandi sfide del XXI secolo.
In questo contesto si colloca il Piano Mattei, che propone una nuova stagione di relazioni tra l’Italia e i paesi africani fondata sulla collaborazione e sulla valorizzazione delle rispettive potenzialità. Un obiettivo che richiede una visione di lungo periodo e la capacità di tradurla in iniziative concrete.
La mia riflessione nasce da un’esperienza diretta. Nel 2019 il Gruppo Carvico ha avviato a Kombolcha, in Etiopia, “la più bella azienda del Corno d’Africa” come l’ha definita il ministro dell’Industria Melaku Abel durante una delle sue visite all’impianto. Un’azienda moderna, efficiente, che oggi dà lavoro a 450 persone e che produce tessuti indemagliabili e circolari elasticizzati destinati ai mercati del bagno e dello sport. Una scelta maturata guardando a un paese che stava investendo nel proprio sviluppo manifatturiero e che vedeva nel settore tessile una leva strategica per il futuro.
Nel corso di questi anni ho avuto modo di osservare quanto possa essere fecondo l’incontro tra esperienze, sensibilità e culture professionali differenti quando convergono verso un obiettivo comune. È questa, probabilmente, la riflessione più significativa che porto con me.
Ogni iniziativa produttiva prende forma attraverso il lavoro quotidiano, la capacità di affrontare insieme le sfide e la volontà di costruire risultati duraturi. Nel nostro stabilimento convivono oggi professionalità cresciute in contesti diversi ma accomunate dalla stessa attenzione alla qualità, al miglioramento continuo e al senso di responsabilità. Da questo confronto è nato un patrimonio professionale che continua a consolidarsi nel tempo.
Anche il tema del trasferimento tecnologico assume, alla luce di questa esperienza, una prospettiva particolare. Le soluzioni più avanzate esprimono pienamente il loro potenziale quando si integrano in un’organizzazione capace di valorizzarle e svilupparle. Evoluzione tecnica e crescita professionale procedono insieme e contribuiscono entrambe alla solidità di una realtà produttiva.
L’esperienza etiope ha rafforzato in me una convinzione: il futuro delle relazioni tra Europa e Africa si giocherà sempre più sulla capacità di sviluppare progetti condivisi, fondati sul lavoro, sulla preparazione e su una visione comune dello sviluppo. Le energie delle giovani generazioni africane rappresentano una risorsa straordinaria in questo processo e costituiscono uno dei principali fattori di dinamismo del continente.
Per questa ragione considero il Piano Mattei un’opportunità importante. La sua efficacia sarà legata alla capacità di favorire partnership solide, radicate nei territori e orientate a generare occupazione qualificata, conoscenza e sviluppo economico. Le imprese possono offrire un contributo essenziale mettendo a disposizione esperienza, capacità organizzativa e una cultura del lavoro costruita nel tempo.
La manifattura italiana possiede una tradizione che ha sempre trovato nella qualità, nella ricerca e nella valorizzazione del talento i propri punti di forza. È un patrimonio che può contribuire alla costruzione di relazioni economiche mature e durature, capaci di accompagnare l’evoluzione di filiere produttive sempre più integrate e competitive.
Dopo alcuni anni di presenza in Etiopia, considero particolarmente significativo ciò che è stato costruito insieme: uno stabilimento tecnologicamente avanzato, una comunità professionale sempre più autonoma e strutturata e una collaborazione che continua ad aprire nuove prospettive. È in esperienze come questa che riconosco il significato più autentico della cooperazione industriale: trasformare una visione comune in risultati duraturi attraverso il lavoro, la fiducia e il senso di responsabilità.
Di Laura Colnaghi Calissoni
