Formazione e imprese PER FAR CRESCERE L’AFRICA N.3/2026

Intervista a Mario Molteni
Da anni la Fondazione E4Impact presieduta da Letizia Moratti si occupa di formazione e cooperazione imprenditoriale con l’Africa con progetti in oltre 20 paesi. È dunque l’organismo adatto a formulare una valutazione sul Piano Mattei e, più in generale, a illustrare lo stato dei rapporti tra il nostro Paese e il continente africano. Ne parliamo con il Ceo della Fondazione E4Impact, il professor Mario Molteni, docente di economia aziendale e strategia d’impresa all’Università Cattolica di Milano.
La vostra fondazione E4Impact collabora da anni con molti paesi africani sui temi della formazione e dello sviluppo imprenditoriale. Come valutate gli obiettivi del Piano Mattei varato dal governo?
Il Piano Mattei ha l’indubbio merito di aver posto una nuova attenzione sull’Africa in Italia, anche con un effetto domino nei confronti di altri paesi europei. Una certa lentezza in fase di implementazione non può oscurare il valore dell’idea. In particolare, sottolineerei alcuni tratti del Piano che mi sembrano particolarmente efficaci: la scelta di aree d’intervento (energia, agricoltura, salute, formazione e infrastrutture), che costituiscono a tutti gli effetti priorità per il continente; il coinvolgimento delle imprese private accanto alle organizzazioni tradizionalmente preposte alla cooperazione per lo sviluppo; la scelta di progettare gli interventi a partire dall’ascolto degli effettivi bisogni dei paesi africani.
Lo stato d’avanzamento del piano è soddisfacente o sarebbe stato possibile fare di più?
Per quello che mi risulta la partenza è stata laboriosa. Non c’è da meravigliarsi. Con il Piano Mattei gli interventi coinvolgono ormai tre livelli: l’Agenzia della Cooperazione (Aics), la Direzione Cooperazione presso il ministero degli Esteri e la cabina di regia presso Palazzo Chigi. Questa accresciuta complessità fa sorgere la necessità di oliare i meccanismi decisionali e questo si riverbera sui tempi di approvazione e avvio dei progetti. Ma la mia impressione è che a questo punto il sistema è stato messo a punto e si possa procedere più celermente.
Secondo la vostra esperienza possono il Piano Mattei e il parallelo piano europeo Global Gateway migliorare le condizioni socioeconomiche dell’Africa, anche riducendo la spinta alle migrazioni?
La domanda è articolata ed esige una risposta in due fasi. Innanzitutto, è molto positivo che cresca l’integrazione tra l’iniziativa italiana e quella europea. Il coordinamento è necessario in termini di obiettivi, aree di intervento, metodi di intervento, priorità assegnata all’ascolto dei paesi e così via.
Che questo possa, e debba, ridurre la spinta alle migrazioni è tutta un’altra questione. La storia delle migrazioni in tutto il mondo ci insegna che nei paesi estremamente poveri le persone non migrano: non hanno le risorse economiche e nemmeno quelle culturali per farlo. Quando invece una nazione avvia un processo di sviluppo, allora i suoi giovani si aprono al mondo, vengono a conoscenza di opportunità prima ignote, sono maggiormente formati, e tramite la famiglia possono raccogliere i soldi necessari per lasciare il Paese. Non è stato così per l’Italia dall’inizio del XX secolo e per lunghi decenni? La riduzione delle migrazioni si registra a distanza di un lungo tempo dal momento in cui lo sviluppo si innesta: è una curva a U rovesciata.
Per questo è realistico affiancare al “diritto a non emigrare” il “diritto a emigrare con dignità”. Usare il termine diritto è improprio, ma rende l’idea: è importante impegnarsi a creare posti di lavoro in Africa; ma è altrettanto rilevante aiutare i giovani locali a trovare opportunità di lavoro sicure e ben tutelate in Europa e altrove.
Sono così tanti i giovani africani che ogni anno si affacciano sul mondo (si parla di 20-30 milioni), che è impossibile realizzare uno sviluppo interno in grado di assicurare un’opportunità occupazionale a tutti. Per questo quando abbiamo avuto l’occasione di parlare con ministri e politici africani, tutti ci hanno manifestato un grande interesse per iniziative di dignified labour migration. Ed è per questo che abbiamo affiancato alla nostra missione originaria un’attività volta a portare in Italia giovani ben formati, a cui insegniamo l’italiano e qualche elemento della cultura del nostro Paese, che vengono assunti dalle nostre imprese, con attenzione alla loro dignità e integrazione nel nostro contesto sociale.
Ci illustra un bilancio delle iniziative della vostra fondazione E4Impact?
Innanzitutto, due parole sulla nostra Fondazione. Essa ha le sue radici in Università Cattolica. Nel 2005 ci fu chiesto di ospitare studenti africani destinati ad assumere ruoli di leadership nel loro Paese. Il programma ebbe successo, ma troppi studenti, ormai in possesso di un titolo prestigioso, rimanevano in Europa. Di qui la scelta di andare noi in Africa, lavorando con università locali per offrire là un programma di alta qualità. Iniziammo a Nairobi nel 2010 e nel 2015 eravamo già in 5 paesi.
A questo punto ebbi la fortuna di poter presentare l’iniziativa a Letizia Moratti, che lanciò l’idea di una Fondazione, in cui coinvolgere anche importanti aziende e associazioni imprenditoriali italiane, per poter dare slancio al progetto.
Quali i risultati, a poco più di un decennio dall’avvio? Sono riassunti nella tabella, ma ne sottolineo i più importanti: operiamo in oltre 20 paesi; abbiamo due centri con decine di collaboratori in Ghana e in Kenya (nel polo di Nairobi abbiamo avuto l’onore di avere la visita del Presidente Mattarella nel 2023); abbiamo formato oltre duemila imprenditori con il master e altri programmi lunghi di incubazione e accelerazione d’impresa; questi imprenditori sono stati in grado di assumere nell’arco di 2-3 anni una media di 12 collaboratori; abbiamo raggiunto con i nostri servizi più di 60mila piccoli coltivatori.
A questo si aggiunge il primo centinaio di lavoratori professionalizzati che abbiamo aiutato a migrare in Italia assicurando lavoro e attenzione alla persona, numero destinato a crescere molto in fretta.
Quali sono i progetti più importanti nei quali siete attualmente impegnati?
Ad oggi E4Impact opera con un modello che unisce formazione, imprenditorialità e sviluppo economico. I progetti attualmente più rilevanti puntano a creare occupazione giovanile, sostenere la crescita delle Pmi e rafforzare ecosistemi imprenditoriali capaci di generare sviluppo locale sostenibile.
In Ghana il progetto Inspire ha l’obiettivo di creare occupazione giovanile sostenendo la crescita delle Pmi ghanesi e rafforzando le competenze professionali dei giovani, con particolare attenzione a donne e persone con disabilità. Nello stesso Paese, Pact for Skills mira a ridurre il mismatch tra competenze offerte dal sistema formativo e fabbisogni delle imprese, promuovendo occupazione giovanile, competenze digitali e imprenditorialità verde.
In Kenya, il progetto Casha, finanziato da Mastercard Foundation, ha lo scopo di favorire l’inclusione economica di giovani e donne attraverso l’accesso a competenze imprenditoriali, servizi di incubazione, finanza e opportunità di mercato.
Nell’Africa francofona, Fil, in Mali, intende migliorare l’occupabilità dei giovani attraverso percorsi di formazione professionale e imprenditoriale collegati alle esigenze del settore privato.
Che suggerimenti darebbe a un’impresa italiana che voglia avviare iniziative o collaborazioni con uno o più paesi africani?
In primo luogo, suggerirei di assumere una prospettiva di lungo periodo. L’Africa è l’unico continente davvero giovane, con una popolazione in crescita, con numerosi paesi in cui la crescita economica è sostenuta, con prospettive di una rapida riduzione del gap tecnologico rispetto all’Occidente. Le imprese non possono permettersi di star fuori dall’Africa, anche se non mancano timori, incertezze, instabilità politica, corruzione.
Da quest’ultimo rilievo discende il secondo suggerimento: è fondamentale la scelta dei paesi in cui operare. Tra le 54 nazioni africane, bisogna privilegiare, almeno inizialmente, quelle politicamente più stabili, economicamente più vivaci, tecnologicamente più avanzate. Solo così ci si può fare le ossa senza lasciarci la pelle.
Il terzo suggerimento nasce dalla nostra esperienza diretta. Come dicevo, E4Impact ha un parco di oltre duemila imprenditori formati e orientati alla crescita. Un’opzione di grande interesse – che abbiamo già testato in alcuni paesi con successo – è quella di realizzare una partnership tra l’azienda italiana e questi imprenditori già impegnati nello stesso settore.
Perché questo rappresenta una scorciatoia vincente? Perché per l’impresa italiana vuol dire agganciare un soggetto motivato, formato e orientato all’innovazione. Di conseguenza, sono ridotti i rischi di ingresso nel Paese, sia che si tratti di trovare materie prime, di sviluppare un nuovo mercato o di aprire un nuovo stabilimento competitivo sotto il profilo dei costi.
Di Paolo Mazzanti
