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Addio a Del Vecchio simbolo del made in Italy nel mondo

29.06.2022

Alla sua infanzia di povertà. Il padre, non conosciuto, venditore ambulante di frutta e verdura. Alla durezza meneghina del collegio dei Martinitt, dove la mamma chiese l’ammissione per non lasciarlo solo nella casa di ringhiera in periferia. Sveglia alle sei, petto nudo, acqua fredda. Al senso del lavoro, alle amicizie della fabbrica (come quella con Luigi Francavilla, anche lui di origini pugliesi) più che a quelle dei salotti. All’idea che il successo è prima di tutto fatica, delusione, noia. E mai è raggiunto per sempre. Nulla è proibito a chi mette tutto se stesso nell’impresa. A patto che comprenda che il proprio successo è frutto anche del lavoro degli altri. Si può essere miliardari senza memoria e senza cuore. Non si è grandi imprenditori, innovatori, senza mostrare un sincero spirito di riconoscenza.

Verso i propri collaboratori e verso la comunità. Perché anche la comunità produce, prepara, protegge. Mi colpì molto, andandolo a trovare ad Agordo, una trentina d’anni fa, il rito mattutino di mangiare una fetta di mela con I propri collaboratori, bevendo insieme a loro un caffè e parlare anche del resto, di quello che si fa fuori dagli uffici, della vita familiare, dei figli. Oddio, Del Vecchio non è stato un modello di padre. La famiglia si è allargata: tre mogli, di cui una sposata due volte, sei figli. E oggi la successione non sarà semplice.

Legame con il territorio

Avesse gestito l’impresa così, la storia sarebbe stata diversa. Ma basta andare in quella valle dolomitica, che conobbe per secoli migrazioni e abbandoni, per rendersi conto di quanto Luxottica — poi fusa con Essilor — abbia fatto per il territorio fino a plasmarne l’identità, fino a rappresentare un quotidiano motivo di orgoglio, un motivo di riscatto nella memoria di antiche povertà, di secolari malattie. Un esempio recente: la Valle Agordina è stata flagellata dalla tempesta Vaia che ha abbattuto migliaia di alberi. Si è ripresa anche grazie al contributo della sua azienda simbolo. La responsabilità sociale di un’impresa si misura anche e soprattutto così. Nell’essere parte integrante di una comunità anche quando si è diventati una multinazionale presente in tutto il mondo, quotata a Parigi, con uno sguardo necessariamente globale. In altri casi la memoria è corta. E persino spietata. Del Vecchio è stato un uomo generoso oltre che un imprenditore geniale. Basti ricordare che le ultime vicende finanziarie che lo hanno visto protagonista — il suo ingresso in Mediobanca, la partecipazione in Generali — scaturiscono da un no di piazzetta Cuccia a una sua donazione a favore dello Ieo, l’Istituto europeo di oncologia fondato da Umberto Veronesi. II padrone solitario è per sua natura refrattario alle regole della governance. Combatte con l’età e a volte si illude di poterla sconfiggere. Il carattere è sempre fuori bilancio. Del Vecchio accettò per un breve periodo — all’epoca in cui Andrea Guerra era l’amministratore delegato di Luxottica — di fare solo l’azionista. Ma non ne aveva né la stoffa né l’abitudine. E si riprese il comando forse guadagnando qualche anno di vita. II potere ha anche effetti rigenerativi. Mark Zuckerberg, fondatore di Facebook, nel suo più recente viaggio in Italia, aveva discusso a lungo con lui come sviluppare gli smart glasses, gli occhiali intelligenti. La chiave d’ingresso del Metaverso che probabilmente a Del Vecchio ricordava la sua prima società, la Metalfiex. Altro secolo. Ma l’intuito per ciò che ha futuro non ha età.

II carattere

Quando era troppo gentile però bisognava stare in guardia. Se una trattativa andava male, lui accentuava sorrisi e complimenti. Hubert Sagnières, gran capo di Essilor, non conosceva bene il presidente di Luxottica quando i due si incontrarono per tentare il primo accordo, nel maggio del 2015. II pranzo si svolse nella villa di Del Vecchio a Beaulieu, in Costa Azzurra. A un certo punto del pranzo, Del Vecchio affrontò il tema di chi avrebbe comandato dopo il primo periodo di tre anni. «Io» rispose sicuro il francese. «Rimasi di stucco — ricordò in seguito il numero uno di Luxottica — ma continuai la conversazione come se nulla fosse accaduto. Ci salutammo cordialmente». Finito l’incontro, Del Vecchio chiamò il vice presidente, Francesco Milled, l’uomo che probabilmente ne erediterà, dopo la sua morte, la guida operativa. «Chiudiamo tutto, non se ne fa nulla». La controparte non nascose il suo stupore. «Ma non era andato tutto bene? Del Vecchio era gentilissimo». Appunto. I due gruppi ritornarono a farsi concorrenza. Accesa. Essilor, leader nelle lenti, comprò l’americana Costa. Il grupPo di Agordo, leader nelle montature, aprì tre impianti con le migliori tecnologie ottiche digitali, a Sedico, ad Atlanta e in Cina. Nel modello Luxottica, ogni punto vendita ha il suo laboratorio. «One hour service». Ma la sfida competitiva delle nuove lenti digitali — un mercato dominato da Zeiss, Hoya e la stessa Essilor — imponeva un deciso cambiamento di passo. Luxottica aveva tentato di comprare la tedesca Zeiss che ha brevettato le lenti digitali. Le sfuggì l’israeliana Shamir.

La nascita di un colosso

«Un giorno arrivò a Milano, Pecaud, consigliere di Essilor — ricordava ancora Del Vecchio — ci prendemmo un caffè a palazzo Parigi a Milano, volevano tornare al tavolo». Siamo nel giugno del 2016. «Trattate con Millen gli dissi, ma io non ci credevo più». L’accordo venne annunciato il 16 gennaio del 2o18. Nasceva un colosso con più di 14o mila dipendenti in 150 Paesi, ricavi per oltre 15 miliardi. Del Vecchio raccomandò di tenere Delfin, la finanziaria di famiglia, sempre al di sopra della soglia dell’Opa, l’Offerta pubblica d’acquisto, ovvero il 30 per cento. La chiave del futuro del gruppo passava attraverso il modello di logistica, soprattutto quello di Luxottica che consentiva di far arrivare gli occhiali completi delle lenti nel minor tempo possibile. Ovvero laboratori adiacenti alla produzione. L’ottico così riduceva i rischi e costi del magazzino. Ordinava gli occhiali che gli arrivavano montati. Essilor non era così efficiente. «La nostra grande intuizione è stata questa», diceva con soddisfazione Del Vecchio. Eppure con gli ottici i rapporti non sono stati sempre così idilliaci. In particolare, quando Luxottica comprò la catena americana Sunglasses facendo loro direttamente concorrenza. «Persi subito negli Stati Uniti il 5o per cento dei clienti, passai tre mesi drammatici, meno male che andavamo bene nel resto del mondo».

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Articolo pubblicato il 28 giugno 2022 da Il Corriere della Sera

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