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Verde come l’acciaio. Bernabè, spinta a produzioni green

10.01.2023

Franco Bernabè ha vissuto giorni tormentati a ridosso di Natale: l’azienda di cui è presidente le Acciaierie d’Italia, rischiava qualcosa di simile a un deragliamento, come ebbe a dire il ministro delle Imprese e del Made in Italy, Adolfo Urso. Una svolta nella tormentata storia dell’ex Ilya a dir poco drammatica e anche inaspettata, se si guarda ad altri e ben più vistosi salvataggi di Stato come quello da 30 miliardi di euro di Uniper in Germania. Nel caso italiano si era di fatto bloccato l’accesso al circuito bancario della prima acciaieria d’Europa, con effetti a cascata su produzione occupazione e pil nazionale. La decisione del governo Meloni di intervenire con un decrete d’urgenza a cavallo delle feste e una ricapitalizzazione da circa 700 milioni di euro ha messo l’azienda tarantina in sicurezza, pur senza sgomberare completamente le nuvole all’onzzonte.

Adesso, col nuovo anno l’ex Ilya deve proseguire il percorso verso una nuova tipologia di produzione «green» dell’acciaio: Dri acronimo di Direct reduced iron, che dà anche il nome alla nuova società, Dri d’Italia, che l’allora governo Draghi ha volute ugualmente affidare a Bernabè per dare una visione unitaria al progetto di trasformazione di Taranto. Il Dri può essere cosi la chiave per uscire definitivamente da un’emergenza che l’aumento monstre dei costi dell’energia, combinato con le complesse vicende giudiziarie, avrebbe rischiato di compromettere definitivamente. Bernabè accetta di fare il punto con MF-Milano Finanza proprio su questa nuova tecnologia di produzione dell’acciaio, e sul perché può costituire la svolta di un’industria che resta strategica per l’economia italiana.

Domanda. Tenuto conto dell’ iniezione di capitale in Acciaierie d’Italia, il nuovo piano industriale che prevede lo sviluppo dell’acciaio verde può finalmente partire? Risposta. Il piano è basato sullo sviluppo della produzione di acciaio a partire dal Dri, un prodotto siderurgico che contiene un’altissima percentuale di ferro metallico ottenuto dalla lavorazione di minerale ferroso. Costituisce il principale semilavorato per la produzione di acciaio a basso impatto ambientale. Lo Stato ha attribuito per legge alla società Dri d’Italia, che è interamente posseduta da Invitalia, il miliardo di euro previsto dal Pnrr per la trasformazione tecnologica dei settori hard to abate. Di questa società finora si è parlato poco, ma è attiva da quasi un anno e sta lavorando alacremente per definire le scelte tecnologiche che porteranno a prendere la decisione finale d’investimento entro giugno.

D. Come funzionerà l’impianto?

R.  É previsto che l’impianto in una prima fase venga alimentato a metano con una piccola percentuale di idrogeno, per poi passare ad essere alimentato completamente ad idrogeno quando questo sarà disponibile sul mercato in quantità e costi compatibili con i fabbisogni di una produzione di questo genere. Con l’alimentazione a idrogeno cesseranno anche le ridotte emissioni che si hanno con l’alimentazione a gas naturale. Nella fase transitoria di utilizzo del metano verranno comunque già abbattute del 75% quelle di CO2 e ridotte drasticamente tutte le altre.

D. Perché il Dri può rappresentare la svolta per il futuro dell’ex IIva?

R. Il progetto è fondamentale perché verso la fine del decennio i costi delle emissioni climalteranti saranno insostenibili per uno stabilimento come Taranto, che se non sarà a buon unto nel processo die riconversione non potrà sopravvivere. Questa non è una buona notizia per chi vorrebbe chiudere lo stabilimento, perché i costi di ripristino del sito si collocano tra i 7 e i 10 miliardi di euro, una cifra che secondo me lo Stato non sarà mai in grado di mettere a disposizione.

D. Una volta entrata a regime, questa tecnologia potrebbe avere ricadute sull’intera industria dell’acciaio?

R. Si, il progetto è fondamentale per tutta la filiera dell’acciaio italiano, che adesso è prevalentemente alimentata da rottame, che l’Italia importa nella misura di circa 5/6 milioni di tonnellate annue. Una piccola parte di alimentazione viene fatta con Dri prevalentemente importato dalla Russia. In futuro la situazione è destinata a complicarsi perché la disponibilità di rottame si ridurrà in quanto tutti stanno investendo in forni elettrici, e la qualità di questo rottame peggiora per la crescente presenza di altri metalli. La produzione di acciaio di qualità richiede l’alimentazione del processo con il Dri e infatti nel progetto di Taranto è previsto che una parte della produzione serva a soddisfare i fabbisogni della filiera dell’acciaio italiana.

D. Al momento però resta il tema dei costi. Come lo gestirete?

R. Si, il tema più critico è proprio quello dei costi e della disponibilità di energia, soprattutto nella prospettiva di utilizzo dell’idrogeno, dell’energia verde. C’è ovviamente anche il tema del costo del metano, fondamentale nella prima fase del progetto. Noi siamo però convinti che tra il 2025 e il 2026, quando l’impianto sarà pronto per entrare in esercizio, la disponibilità e i costi del metano saranno tali da garantire l’economicità del progetto. Comunque gli investimenti nell’energia dovranno essere accelerati per rendere concreta la prospettiva di alimentazione a idrogeno, e questo rappresenta una straordinaria opportunità per lo sviluppo di tutto il sistema industriale di Taranto.

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Articolo pubblicato il 7 gennaio da Milano Finanza

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