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Giampaolo Dallara sceglie il Trust: «Garanzia di continuità»

17.01.2022

«Sono un apprendista di 85 anni. Imparo ogni giorno. Ma non potrebbe essere diversamente: vivendo a contatto con il mondo, con culture diverse, se non sei cieco, sordo o stupido impari per forza» Gianpaolo Dallara ha la schiettezza degli emiliani e la capacità di analisi degli ingegneri. Lui, dal dopoguerra, è il più giovane laureato al Politecnico di Milano, in anticipo di più di un anno sulla durata prevista del corso di laurea. Oggi, che è cambiata la legge, il suo percorso da studente è diventato un record imbattibile. Come molti altri.

Le sue auto ogni anno arrivano prime, seconde e terze a Indianapolis, la corsa che tiene l’America con il fiato sospeso, perché tutte le vetture che corrono a Indy sono carrozzate Dallara. Ha lavorato con Enzo Ferrari, LamborghiniDe Tomaso, Bruce McLaren e Frank Williams. La sua galleria del vento ha modellato le Audi più belle e ora le Bmw e le Cadillac e anche la bicicletta con cui Alessandro Zanardi ha vinto le Paralimpiadi di Londra, dieci anni fa. Ha fatto di Varano de’ Melegari, 2.600 anime sull’appennino parmense, uno dei centri dell’automobilismo mondiale: prima ancora che qualcuno si inventasse la Motor Valley, lui l’aveva già vista e iniziata a costruire. E adesso che la sua azienda sabato 15 gennaio ha compiuto 50 anni guarda avanti, come ha sempre fatto. E si sforza di parlare di finanza e di governance, per una volta tralasciando le auto. Ma per poco. «Il capitale della Dallara è per l’80 per cento in mano mia e di mia figlia Angelica — dice Gianpaolo Dallara dal suo ufficio che guarda la strada provinciale e la valle del Ceno, a Varano de’ Melegari -. 1115 per cento è in mano ad Andrea Pontremoli, l’amministratore delegato che è con noi da 15 anni e con il quale c’è totale sintonia, mentre la quota restante è divisa tra alcuni manager. Mia figlia ha quattro figli, che oggi hanno tra i venti e i trent’anni e sono ancora molto giovani. Così io e Angelica ci siamo posti la domanda sul futuro e abbiamo deciso di conferire le nostre quote a un trust, che governerà il capitale per i prossimi 25 anni secondo le nostre indicazioni. A quel punto i ragazzi saranno liberi di scegliere cosa fare». Tra i vincoli posti, il legame con il territorio: la Dallara non trasferirà né sedi né produzioni.

Una scelta minoritaria nel frastagliato panorama del capitalismo famigliare italiano, originale quasi, che evita la Borsa («Non abbiamo bisogno di vendere parte del capitale, l’azienda si autofinanzia la crescita e di quotarci non abbiamo sentito il bisogno») e restituisce al territorio una parte di quanto l’azienda quotidianamente crea. Messo a punto da Cordusio fiduciaria, del gruppo Unicredit, nel ruolo di trustee, in collaborazione con lo studio legale Miccinesi di Milano, lo hanno chiamato D. Trust. «D come Dallara, naturalmente, ma anche come domani. Con la nostra scelta — sottolinea l’ingegnere — abbiamo voluto ripagare un debito di natura morale, di riconoscenza, nei confronti del territorio e dei nostri dipendenti. Oggi sono 700, arrivano anche da lontano, fanno scelte importanti, mettono su famiglia, comperano casa perché lavorano in Dallara. Costruiscono il loro avvenire contando su di noi. È una responsabilità. Così abbiamo stabilito che l’80 per cento degli utili futuri restino investiti in azienda per finanziare le attività necessarie, soprattutto la ricerca e lo sviluppo. Poi, della quota restante, la metà di quanto attiene alla holding di famiglia andrà alla Fondazione Caterina Dallara, che porta il nome dell’altra mia figlia, che oggi non c’è più e che si occupa espressamente delle attività sociali in favore del territorio e della popolazione di Varano de’ Melegari». Basta venire qui per capire cosa significhi praticamente Esg: qualcosa più di una sigla alla moda nell’epoca della sostenibilità verbale. Si tratta di finanziamenti d attività che puntano a «migliorare la qualità della vita delle persone, sostenere la conoscenza e la promozione del territorio», « promuovere la natalità e la parità di genere, laboratori, attività culturali, artistiche e teatrali, impegno civico, cittadinanza attiva per i giovani, luoghi di aggregazione per i meno giovani con la trasmissione delle loro esperienze, corsi universitari perla terza età, attività di sostegno e recupero di disagio sociale».

 

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Articolo pubblicato su L’Economia il 17/01/2022

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