Civiltà del Lavoro, n. 4-5/2021

24 Civiltà del Lavoro ottobre • novembre 2021 Anche perché stiamo mettendo debito sulle future ge- nerazioni europee e italiane. Quindi questi investimenti devono andare a loro favore. Per questo dico che gli in- vestimenti più importanti sono quelli nell’università, nel- la formazione e nella ricerca. Qui non partiamo bene. Da noi, solo il 29% dei giovani si laurea, contro il 41% in Eu- ropa; solo il 63% di questi giovani trova lavoro in fretta, rispetto all’86% in Europa. Voglio lanciarvi una provocazione. Siamo sicuri che stia- mo assumendo abbastanza laureati? Siamo sicuri che le imprese stanno veramente valorizzando e creando quel- la domanda che serve per convincere i ragazzi a laurear- si di più e meglio? Se uno guarda ai numeri europei, vie- ne il dubbio, soprattutto nelle piccole e medie imprese, che l’ingresso dei laureati non sia all’altezza delle ottime statistiche del nostro sistema industriale sulla capacità di competere, di esportare e di innovare. Siamo sicuri che, come parte dello sforzo dei prossimi cinque anni, non dovremmo anche come settore privato metterci maggiore impegno? Noi, come pubblico, stia- mo cercando di farlo. Solo io cercherò di prendere 400 persone in più, la ministra Cartabia ha dei numeri mol- to più grandi, il ministro Brunetta ha dei numeri enor- mi. Cercheremo di fare, come pubblico, la nostra parte. Però, anche il privato deve fare da traino. Seconda domanda, sempre sui giovani. Questo è mol- to provocatorio, lo so, e da ex capo azienda so già cosa risponderei. Però, mi domando anche se stiamo pagan- do il giusto in Italia. Qui le statistiche dicono che un ne- olaureato italiano guadagna 28mila euro all’anno, uno francese 35mila, uno tedesco più di 40mila: dunque sia- mo tra i paesi meno generosi. Ovviamente, c’è la rispo- sta di mercato. Paghiamo quello che si deve pagare. Mi domando, però, se il fatto che il numero dei laureati ita- liani che è andato a lavorare all’estero sia salito del 40% non indichi che in realtà ci stiamo perdendo una buona fetta di opportunità. Da ex manager, se io sapessi che i miei concorrenti all’estero pagano per una materia pri- ma, per un componente, di più di me, mi chiederei se sto prendendo la qualità giusta. Stiamo investendo abba- stanza nei nostri ragazzi? Stiamo mettendo abbastanza attenzione a prendere quelli che poi ci porteranno l’in- novazione necessaria? Poi c’è la formazione. Qui, parlando con il cappello pub- blico, ovviamente siamo i primi colpevoli, perché inve- stiamo poco in formazione. Non è che, però, il sistema Italia in generale investa molto in formazione, soprat- tutto in quella digitale e tecnologica. Ero recentemen- te a una riunione di giovani e un giovane imprenditore giustamente ha detto: “Non potete fare gli imprenditori oggi, se non sapete che cos’è Slack; non potete fare gli imprenditori, se non avete sistemi digitali di work man- agement che usate voi stessi; non potete fare gli im- prenditori, se tutta la vostra azienda non funziona con il cloud e con drive condivisi eccetera”. Allora, di nuovo, domando a una platea di imprenditori se non dobbiamo anche, oltre a investire in queste grandi piattaforme che, come Stato, stiamo cercando di mettere a disposizione del Paese, anche darci un grande obiettivo di inserimen- to di giovani, inserimento di giovani di alta qualità e an- che liberare le energie che questi giovani hanno per re- alizzare quel miglioramento soprattutto delle piccole e medie imprese di cui il Paese ha bisogno. Questo non perché siamo solo buoni e giusti nei confronti dei gio- Voglio lanciarvi una provocazione. Siamo sicuri che stiamo assumendo abbastanza laureati? Siamo sicuri che le imprese stanno veramente valorizzando e creando quella domanda che serve per convincere i ragazzi a laurearsi di più e meglio? PRIMO PIANO

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