Civiltà del Lavoro, n. 2/2021

25 Civiltà del Lavoro marzo • aprile 2021 O anche di un supermercato, ci troveremmo di colpo in un luogo estraneo, tutt’al più in un magazzino. Esatto, ed è in questo senso che possiamo vedere e anzi toccare con mano in che senso la rivoluzione digitale inci- de sull’ontologia, vale a dire sull’essere delle cose. Nel suo ultimo libro, pubblicato un anno fa, “Il verde e il blu. Idee ingenue per migliorare la politica”, sottolinea- va l’urgenza di unire digitale e sostenibilità per porre le basi di un nuovo “progetto umano”. Intanto le due tran- sizioni sono entrate al centro dell’agenda politica sia na- zionale sia europea. Si è finalmente smesso di conside- rare il “verde e il blu” come dei costi? Penso di sì ma solo nella prospettiva delle grandi strate- gie governative, mentre dal punto di vista della percezio- ne quotidiana delle piccole e medie imprese mi pare ci sia ancora molta strada da fare. Nella maggioranza degli attori del tessuto economico il verde e il blu sono in gran parte ancora considerati come dei sacrifici, come qualcosa che purtroppo bisogna fare, non ancora come parte integrante del core aziendale. La virata verso il digitale e la sostenibili- tà è vista più come una tassa sul profitto che come un pre- supposto di un buon profitto. Ecco, c’è bisogno di questo scatto dal basso verso l’alto oltre a quello, effettivamente già in atto e abbastanza forte, dall’alto verso il basso. Non si tratta di aggiungere un pizzico di digitale o di sostenibi- lità al “business as usual”. Bisogna fare lo sforzo di ripensa- re l’anima del business. In che senso? Le faccio un esempio, forse un po’ esagerato. Un’azienda potrebbe decidere di chiudere i propri punti vendita fisici e operare completamente online, in questi casi il digitale diventa una forza trasformativa profonda. Riferendosi al fenomeno dell’“onlife”, termine con cui intende il fatto che oggi è impossibile distinguere net- tamente tra dimensione fisica e digitale delle nostre esi- stenze, lei parla del digitale come di una “forza ambien- tale”. È questo quello che intende quando parla di forza trasformativa profonda? Lavoro, formazione, divertimento, gran parte dell’esisten- za è appunto onlife. Quando dico che un’azienda potrebbe decidere di abbandonare gli store fisici ovviamente non di- co che debbano farlo tutti. Mi guardo intorno e vedo che qui in Gran Bretagna molte aziende importantissime non hanno più alcuna presenza fisica, che supermercati o ban- che non hanno agenzie territoriali. Questo esempio un po’ estremo ci fa capire cosa significa assorbire la sostenibilità e il digitale come elemento di business invece di considerarli come un extra, e in che senso siano delle forze ambientali. Creano nuovi ambienti nei quali noi possiamo riadattare le nostre attività o concepirne di nuove. Il digitale ridisegna anche il tessuto urbano delle città. Se molte attività non hanno più bisogno di avere dei punti fisici, cambiano le strade principali dei centri urbani, ci sono spazi da reinventare. Certamente. Guardi cosa è successo con l'evoluzione del trasporto ferroviario. Quando sono nate le grandi stazioni si riteneva necessario che i treni dovessero arrivare al cen- tro della città. La stazione Termini è nel cuore di Roma ed è meglio evitare di immaginare quello che è stato distrut- to per edificare la stazione centrale, peraltro un’opera bel- lissima, in quel luogo. Oggi l'idea che la ferrovia debba arrivare nel cuore della cit- tà ci sembra strana, un grande hub si collega al centro at- traverso una linea di metropolitana. Le tecnologie digitali oggi ci permettono di ripensare le città così come le tec- nologie dei trasporti hanno fatto nel secolo scorso. Solo che si tratta di tecnologie incomparabilmente più leggere. Oggi una grande banca potrebbe decidere di aprire soltan- to una sede con parcheggio comodissimo in periferia, do- ve andare a svolgere tutti i servizi finanziari che richiedo- no valore aggiunto, per cui cioè sia necessaria la presenza fisica del cliente. La city, le strade del commercio, si liberano di negozi e uffici fino a ieri essenziali e possono essere ripensate. La statua di Alan Turing in ardesia creata nel 2007 da Stephen Kettle, esposta a Bletchley, in Inghilterra. Turing lavorò a Bletchley Park, il principale centro di crittoanalisi del Regno Unito PRIMO PIANO

RkJQdWJsaXNoZXIy NDY5NjA=