Civiltà del Lavoro, n. 4-5/2023

47 FOCUS Civiltà del Lavoro | agosto • settembre • ottobre 2023 La sfida dell’attrattività verso le nuove generazioni è ancor più sentita per i comuni montani e le aree interne, realtà decentrate ma cruciali per la tenuta complessiva del territorio sotto il profilo idrogeologico, paesaggistico e dell’identità culturale. Questi contesti anticipano quello che potrebbe diventare l’Italia se non inverte la tendenza. Le politiche ipotizzate dal governo sono sufficienti? Il disegno di legge di bilancio approvato il 16 ottobre dal Consiglio dei ministri prevede circa un miliardo destinato a misure a favore della famiglia e della natalità. Si tratta di un investimento rilevante se l’idea è quella di dare un segnale a favore delle coppie con figli; appare invece debole se l’obiettivo è sostenere un solido processo di ripresa delle nascite. Per il livello molto basso del numero medio di figli per donna e la struttura per età italiana squilibrata a sfavore delle età riproduttive, un’inversione di tendenza è possibile solo allineando le politiche familiari, di genere e generazionali italiane alle migliori esperienze europee. Anche dopo gli interventi previsti dalla manovra rimaniamo molto lontani. Servirebbe quindi un impegno maggiore in termini di risorse destinate, dato che nel tempo la crisi demografica è andata ad aggravarsi. Riguardo al merito delle singole misure, toccano ciascuna aspetti importanti da migliorare, ma con limiti di impostazione: quello di occuparsi del percorso riproduttivo saltando il primo figlio e quello di affrontare la conciliazione tra lavoro e famiglia lasciando debole la condivisione tra madri e padri. In particolare, è previsto un rafforzamento del “bonus asilo nido” che mira ad andare verso la gratuità a partire dalle famiglie meno abbienti, obiettivo condivisibile ma non si capisce perché solo dal secondo figlio in poi. Inoltre, va bene favorire le madri che lavorano con incentivi all’assunzione a cui si aggiunge la proposta di decontribuzione che rafforza la busta paga, ma anche qui dal secondo figlio in poi. Queste misure tendono inoltre a rafforzare il ruolo femminile nelle responsabilità e carico di cura verso i figli, lasciando più marginale il ruolo dei padri. Le esperienze in Europa di miglioramento dell’occupazione femminile e della fecondità sono invece quelle che promuovono un coinvolgimento dei padri. Il governo nella legge di bilancio rafforza i congedi parentali, ma non quelli di paternità. I primi sono opzionali e pagati fino al 60% dello stipendio, sono quindi uno strumento debole se si vuole che siano anche gli uomini a prenderli, superando le resistenze dei datori di lavoro che tendono a interpretarlo come scarso impegno verso l’azienda. Rafforzare il congedo obbligatorio di paternità pagato al 100% avrebbe più effetto. Il governo sostiene che per risolvere la crisi demografica non serve aumentare i flussi di immigrati regolari, ma basta promuovere la natalità. È corretto mettere in contrapposizione immigrazione e natalità? Se guardiamo allo scenario all’orizzonte del 2050, l’aumento della fecondità consente di contenere la riduzione della fascia sotto i 27 anni, mentre l’immigrazione potrebbe limitare consistentemente la perdita nella cruciale fascia 28-54 anni che altrimenti rischia un crollo di circa sette milioni di potenziali lavoratori. Ma l’immigrazione, rafforzando la fascia in età riproduttiva, ha anche un ruolo rilevante sul rialzo delle nascite. La Germania è il caso più interessante di paese recentemente riuscito a invertire la tendenza delle nascite combinando attente politiche familiari con capacità di attrarre e gestire flussi migratori di persone in età lavorativa e riproduttiva. Nel decennio precedente la pandemia il saldo migratorio è stato mediamente sull’ordine del mezzo milione l’anno. Secondo le previsioni Istat, l’Italia potrebbe arrivare ad accogliere, nello scenario più favorevole, un saldo netto di 300mila ingressi l’anno. Che cosa potrebbero fare le imprese per favorire la natalità? Le imprese possono fare molto. Uno dei punti deboli è l’arrivo del primo figlio, su cui pesa l’incertezza dei percorsi occupazionali e i bassi redditi da lavoro. Un miglioramento della valorizzazione del capitale umano delle nuove generazioni nel sistema produttivo aiuterebbe l’Italia a crescere meglio, ma anche i giovani a poter mettere basi più solide per una loro autonomia e la formazione di una propria famiglia. C’è poi il ruolo del welfare aziendale, che può aiutare molto la conciliazione tra lavoro e famiglia. (P.M.) Nel contrasto allo spopolamento svolgono un ruolo imporante i comuni montani e le aree interne, realtà decentrate ma cruciali per la tenuta complessiva del territorio sotto il profilo idrogeologico, paesaggistico e dell’identità culturale

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