Civiltà del Lavoro, n. 6/2023

a necessità di regole fiscali per i paesi europei dell’area euro, il cosiddetto Patto di stabilità e crescita, deriva dal fatto che la moneta unica ha determinato una riduzione dei tassi d’interesse e dunque occorre evitare che i singoli stati ne approfittino e spendano troppo, minacciando la stabilità finanziaria di tutti. Entro l’anno il Consiglio europeo dovrebbe decidere. Nel novembre 2022 la Commissione europea ha avanzato la sua proposta, frutto del lavoro del commissario Paolo Gentiloni, che ricalca le idee esposte il 24 dicembre 2021 in un articolo sul Financial Times dal presidente Macron e dal presidente Draghi. Si tratta di superare quelle che il presidente Prodi definì “regole stupide”, sia perché si sono sovrapposte nel tempo e sono diventate molto complicate, sia perché hanno al proprio interno una serie di numeri che non hanno base scientifica, non sono frutto dell’esperienza o di un teorema matematico, ma solo del compromesso politico. Questi numeri irrigidiscono le regole del Patto e le rendono pro-cicliche: il che significa che quando l’economia va male, le regole obbligano a ridurre le spesa pubblica e dunque la situazione peggiora. Lo abbiamo sperimentato nel 2011, quando lo spread superò i 500 punti e il governo Monti, costretto ad applicare quelle regole, causò una recessione che per tre anni fece calare il Pil del 2% l’anno. Il Patto, che è stato sospeso per la pandemia, è poi inadeguato alle grandi sfide che l’Europa ha di fronte: dalla doppia transizione ambientale e digitale fino alla difesa comune. La proposta presentata dalla Commissione si può definire “rivoluzionaria” perché non contiene numeri, salvo il 3% del rapporto deficit-Pil e il 60% tendenziale del rapporto debito pubblico-Pil, che sono scritti nel Trattato. Le nuove regole fiscali proposte si basano su analisi statistiche stocastiche di sostenibilità del debito pubblico di ogni Stato e non utilizzano più – come strumento per rendere sostenibile il debito – il deficit pubblico ma la spesa pubblica, al fine di evitare che gli stati, per non tagliare le spese al fine di ridurre il deficit, finiscano per aumentare le tasse, accentuando le spinte recessive. L Poi le politiche per rendere sostenibile il debito le propone ciascun paese e la Commissione europea le analizza, le discute e ne controlla l’attuazione. Infine, i periodi di aggiustamento sono lunghi: da 4 a 7 anni per i paesi che si impegnano a fare interventi di sostenibilità ambientale, con la condizione che i governi non possono fare tutto l’aggiustamento concordato il settimo anno, ma debbono agire anno per anno. Questa proposta è stata criticata dai paesi cosiddetti “frugali”, tra cui la Germania, perché sette anni sono giudicati troppi e perché la sorveglianza sull’attuazione dei piani di aggiustamento è solo della Commissione, giudicata troppo condizionabile. Altri paesi hanno criticato il fatto che questa proposta non prevede obiettivi quali la sostenibilità e la digitalizzazione. Un possibile compromesso al quale si sta lavorando in queste settimane prevede l’accettazione del ruolo della Commissione, ma l’inserimento di alcune salvaguardie minime per garantire che gli aggiustamenti vengano fatti: la Germania ha proposto la riduzione minima del debito dell’1% l’anno (che potrebbe scendere allo 0,5% o allo 0,35%), ma questo è un pericolo perché reinserirebbe nel Patto un elemento pro-ciclico. Il nostro governo ha chiesto che nel Patto futuro non siano conteggiati i debiti contratti per alcune materie, co113 VITA ASSOCIATIVA Civiltà del Lavoro | novembre • dicembre 2023 Il nuovo Patto di stabilità e crescita OPPORTUNITÀ E RISCHI PER L’ITALIA Gli allievi del Collegio Universitario "Lamaro Pozzani" di Francesco GIAVAZZI*

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