Civiltà del Lavoro, n. 6/2020

Civiltà del Lavoro dicembre 2020 49 Purtroppo bisogna sempre andare a cercare le cose che servono da soli, con il rischio di non saper intercettare un’offerta di innovazione che magari è troppo di nicchia e poco pubblicizzata. Sempre a proposito di innovazione e ricerca: si parla tan- to di trasferimento tecnologico, cosa fare per rendere più efficace il dialogo tra università e imprese? Tema importante, spesso fonte di frustrazione per noi. I rapporti con l’università mi paiono sempre troppo viziati da un pregiudizio culturale per cui l’impresa avendo come fine il profitto sia implicitamente avversaria. Oltre a questo, la nostra esperienza ci ha dimostrato che spesso la velocità e il pragmatismo di un team aziendale fanno fatica a confrontarsi con tempi e modi dell’universi- tà. Vorrei aggiungere, però, che contrariamente a quanto si possa pensare anche all’estero i rapporti tra aziende e uni- versità non sempre sono produttivi. Cosa significa per lei la nomina a Cavaliere del Lavoro? Significa molto, naturalmente. È un riconoscimento che onora me, l’azienda e le persone che ci lavorano, e che in- direttamente omaggia chi mi ha preceduto, i nostri fonda- tori senza i quali oggi non saremmo qua. In questo anno così difficile è uno stimolo a guardare avan- ti con pazienza e coraggio.

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