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Il discorso del Presidente della Federazione Nazionale dei Cavalieri del Lavoro Benito Benedini (Palazzo del Quirinale, 5 novembre 2009)

Signor Presidente,

oggi si rinnova per me l’onore di prendere parte alla cerimonia solenne che vede insigniti 25 nuovi Cavalieri del Lavoro.

Donne e uomini che provano l’orgoglio e la soddisfazione di chi vede riconosciuto il proprio contributo al mondo dell’impresa, dell’economia e del lavoro.

Donne e uomini che oggi sono chiamati in prima persona a rinnovare questo impegno, mettendolo e mettendosi al servizio del Paese e della collettività nazionale, con spirito di servizio, professionalità, dedizione. Un compito che noi Cavalieri del Lavoro consideriamo, insieme, responsabilità, opportunità, privilegio.

Un anno fa, Signor Presidente – quando ci incontrammo in occasione di questa stessa cerimonia – la crisi della finanza internazionale aveva da poco travolto l’economia dell’intero pianeta, e con essa il nostro sistema produttivo e i cittadini italiani.

Lo scenario è cambiato; lo sconcerto iniziale, una combinazione pericolosa di stordimento e di paura generata dall’incapacità di prevedere che cosa ancora ci avrebbe riservato il futuro, ha lasciato il posto ad analisi condotte con lucidità e rigore e, insieme, alla ricerca, faticosa ma convinta, di una via d’uscita.

È la strada che hanno scelto di imboccare le istituzioni, quelle internazionali e quelle nazionali.

Anche le nostre hanno avuto la determinazione e la forza di reagire con prontezza: diamo atto al Governo della tempestività della sua azione fin dai primi segnali della crisi e della continuità degli interventi che, nel tempo, ha rivolto all’economia e al mondo del lavoro.

È la strada che hanno scelto di imboccare le imprese italiane, consapevoli che, anche e soprattutto in un fase così delicata, la loro risorsa più strategica sono le persone.

Anche negli interventi più recenti Lei stesso, Signor Presidente, si è soffermato spesso sullo stato e sulle sorti dell’economia italiana: cautela e fiducia sono i sentimenti ai quali suggerisce di ispirarci.

Le sue parole sono un punto di riferimento; le sue esortazioni, una guida.

La nostra esperienza di donne e uomini d’impresa ci dice che il cammino sarà ancora lungo, non facile, in salita.

Ma stiamo anche avvertendo i primi segnali positivi, seppure molto fievoli; stiamo cogliendo le avvisaglie di una ripresa possibile, per quanto dai confini ancora incerti, e non solo auspicata.

Stiamo raccogliendo i primi frutti di quanto quest’anno, tra mille difficoltà, abbiamo avuto la determinazione, quasi l’ostinazione, di seminare.

Lo abbiamo fatto con la consapevolezza che, proprio in momenti come questi, le imprese devono compiere scelte capaci di coniugare attenzione ai costi e ricerca di benefici tangibili e sostenibili nel tempo.

Devono saper creare modelli di business nuovi, basati sulla collaborazione e sulla condivisione, sulla rapidità di previsione e di intervento, sulla flessibilità e sulla capacità di reazione.

Per questo, non posso non richiamare il ruolo e le potenzialità della ricerca e dell’innovazione nel processo che deve portarci fuori dalla crisi.

Se la posta in gioco non è solo uscirne, ma uscirne con un sistema economico e produttivo più forte, in grado di assicurare sviluppo diffuso, investire in tecnologia e innovazione non è più una scelta: è una necessità.

Non mi riferisco solo alle imprese, ma anche al Governo, che soprattutto con l’avvio delle grandi opere pubbliche potrebbe dare un impulso forte alla ripresa di una crescita consistente e duratura in molti settori produttivi.

E mi riferisco agli istituti di credito: che garantiscano concretamente i finanziamenti alle imprese, soprattutto a quelle medio-piccole.

Senza il credito non c’è possibilità di investimento; senza investimenti non c’è sviluppo; senza sviluppo non c’è futuro.

Senza contare l’opportunità di contrastare gli effetti della crisi su quelle componenti del mercato del lavoro che proprio in questi mesi stanno pagando il prezzo più alto.

Come pure – apro una parentesi doverosa – l’entità della perdita di posti di lavoro di questi mesi non deve distogliere l’attenzione dagli aspetti qualitativi, cioè dalla necessità di porre un’attenzione costante alla tutela della salute e della sicurezza nei luoghi di lavoro, e dallo sforzo di creare nell’intero Paese una cultura diffusa su questi temi.

Dunque, ricerca e innovazione nelle imprese; ricerca e innovazione nel rilancio infrastrutturale; ricerca e innovazione a tutto campo come spinta per la ripresa e la competitività italiane.

Dobbiamo innescare un processo di modernizzazione profonda, nella politica come nell’economia, nella Pubblica Amministrazione ingessata da troppo tempo da regole burocratiche superate ed enormemente costose per le imprese e i cittadini, nella società civile, nelle scuole e nelle università, promuovendo la cultura del risultato, premiando la competenza e il merito, favorendo la circolazione delle conoscenze e delle idee, facendo delle eccellenze un patrimonio condiviso in tutti gli ambiti su cui si fonda e in cui si costruisce lo sviluppo del Paese.

Oggi più che mai c’è bisogno di tutto questo.

Così come c’è bisogno di istituzioni forti, nelle quali i cittadini si possano riconoscere e alle quali si possano ispirare.

Forti, cioè capaci di coniugare rigore, equilibrio e senso della misura.

Forti, cioè sideralmente lontane da qualunque schematismo ideologico o semplificazione pretestuosa, e invece aperte a un confronto costruttivo.

Forti, cioè capaci di attuare quelle riforme istituzionali che il Paese aspetta da anni.

Forti, cioè basate sui pilastri insostituibili della democrazia e del pluralismo.

Manca davvero poco al momento in cui celebreremo il 150° anniversario dell'Unità d’Italia.

Il riferimento a questo appuntamento, Signor Presidente, ricorre spesso nei suoi interventi di questi ultimi mesi, come è naturale che sia.

Personalmente, mi sento molto vicino alle parole che Lei ha pronunciato inaugurando al Vittoriano il Museo Nazionale dell'Emigrazione italiana, quando ha associato il ricordo dei nostri emigranti agli immigrati che ora siamo chiamati ad accogliere.

La migrazione è di per sé un’energia positiva, come lei stesso ha rimarcato ricordando che “quello che è oggi il patrimonio di simpatia e di amicizia per l'Italia” diffuso in tante aree del mondo “ha anche il segno di ciò che hanno fatto i nostri emigranti quando sono andati in quei paesi”, seppure in condizioni durissime.

Oggi l’immigrazione è un fattore di sviluppo di cui abbiamo bisogno per ricostruire il nostro equilibrio demografico e alimentare la crescita economica.

Per questo, non possiamo considerarla semplicemente un fenomeno da governare sotto il profilo della sicurezza, certo molto importante, ma dobbiamo costruire politiche attive di integrazione e dobbiamo renderle sistematiche.

Farlo vuol dire dare, a chi chiede di diventare cittadino, il tempo e gli strumenti per conoscere e accettare il sistema a cui intende partecipare, i suoi valori, i suoi fondamenti storici e culturali, la sua lingua, le sue leggi e il funzionamento delle sue istituzioni.

E dare, a chi accoglie, il tempo e gli strumenti per verificare che questo sia avvenuto.

Io credo, Signor Presidente, che a 150 anni dall’Unificazione il senso della nostra identità nazionale stia in questo: nell’essere una comunità plurale, capace di esprimere una molteplicità di orientamenti, di modi di sentire e di comportamenti, e impegnata costantemente a conciliarli e armonizzarli, facendo delle diversità una ricchezza e un valore.

 

il presidente della Federazione Benito Benedini

Il Presidente della Federazione Nazionale dei Cavalieri del Lavoro Benito Benedini