Il discorso del Presidente della Federazione Nazionale dei Cavalieri del Lavoro Benito Benedini (Palazzo del Quirinale, 19 ottobre 2011)
Signor Presidente,
vivo ancora una volta il privilegio di prendere parte alla cerimonia solenne che oggi vede insigniti 25 nuovi Cavalieri del Lavoro.
Donne e uomini che – insieme a tutti noi che li abbiamo preceduti – provano una comprensibile soddisfazione e, soprattutto, un legittimo orgoglio. Essere stati scelti per la più alta onorificenza al Merito del Lavoro è davvero un grande onore. E, prima ancora, è l’assunzione di una responsabilità e di un compito di cui il nostro Paese ha oggi più che mai bisogno: rinnovare con spirito di servizio il nostro impegno, il contributo che abbiamo portato al mondo dell’impresa, dell’economia e del lavoro, per concorrere a costruire nuovo progresso e nuovo sviluppo.
In questi mesi, Signor Presidente, ci ha ricordato, ogni volta che è stato necessario, quanto siano difficili – e oggi mi permetto di dire “sempre più difficili” – le prove che l’Italia è chiamata ad affrontare. Quanto indispensabile e urgente sia coniugare i due obiettivi complementari del risanamento dei conti pubblici e della crescita. Si è fatto carico di ribadire quanto seria e delicata sia la situazione che stiamo attraversando.
Sappiamo fin troppo bene che le difficoltà non sono appannaggio esclusivo della nostra economia. Ma sappiamo altrettanto bene che, lungi dall’avere un effetto consolatorio o attenuante, questo fattore è a sua volta fonte di preoccupazione, per noi e per gli altri intorno a noi. Il pensiero – mi accade sempre più spesso – corre immediatamente ai giovani. È prima di tutto a loro che dobbiamo dare una prospettiva solida che duri nel tempo.
La protesta degli “indignati”, sorta in molte parti del mondo, riporta nuovamente all’attenzione il tema spinoso della condizione giovanile, problema che non dobbiamo sottovalutare o, peggio, trattare con indifferenza.
Però non accettiamo e condanniamo duramente gli atti di violenza avvenuti durante la recente manifestazione a Roma nella quale, al corteo pacifico degli “indignati”, si sono uniti gruppi organizzati di delinquenti professionisti, i cosiddetti “black bloc”, che hanno il solo scopo di compiere atti vandalici, colpire le forze dell’ordine e creare il caos.
Non è a questi criminali, ma ai giovani civili e moderati che dobbiamo dare l’opportunità di esprimersi, nella comunità sociale e nel lavoro: la lotta alla disoccupazione giovanile non può che essere una delle priorità, insieme alla realizzazione di un sistema formativo all’altezza del confronto internazionale. Perché è soprattutto a questi giovani che dobbiamo restituire l’orgoglio di sentirsi italiani e la voglia di restare nel nostro Paese per costruire insieme a noi e dopo di noi, con la loro creatività e il loro talento, il futuro dell’Italia.
Così come – pur nella necessità del rigore – dobbiamo essere sempre attenti alle categorie più vulnerabili. Episodi come quello che poche settimane fa, a Barletta, ha visto perdere la vita donne sottoposte all’ignominia del lavoro nero, non sono tollerabili per un paese che voglia dirsi anche solo civile.
Mi riconosco, Signor Presidente, nel Suo monito lanciato in occasione della 61esima Giornata nazionale per le vittime degli incidenti sul lavoro: “E’ necessario continuare a contrastare con determinazione la piaga del lavoro nero al quale si accompagnano fenomeni di sfruttamento”, così come, aggiungo, non dobbiamo mai abbassare la guardia della sicurezza sul lavoro.
Ancora una volta, nonostante tutto, non mi sento pessimista. Perché credo che vi sia una condivisione unanime degli obiettivi da raggiungere. E perché molti soggetti autorevoli hanno avanzato proposte convincenti, suggerito interventi concreti, indicato misure praticabili per uscire dall’impasse, più politica che economica, che attanaglia i cittadini e soffoca le imprese. Ciò che ora serve – da parte di quella classe politica a cui tutti chiediamo di interpretare il proprio ruolo con spirito di servizio e con la sobrietà e l’equilibrio che distinguono le istituzioni di una democrazia come la nostra – è un confronto costruttivo, senza pregiudiziali e senza personalismi, che porti in tempi rapidissimi a prendere decisioni improcrastinabili e coraggiose, anche se talvolta impopolari.
Dopo le misure urgenti per la stabilizzazione finanziaria e il risanamento dei conti pubblici, contenute nei due decreti legge di luglio e agosto 2011, approvate in tempi record dai due rami del Parlamento, è necessario e urgente che il Governo presenti e faccia approvare un piano realistico, possibilmente condiviso, per lo sviluppo e la crescita e torni, soprattutto, a fare politica industriale.
Il progetto delle imprese per l’Italia, presentato al Governo, alcune settimane fa, indica le questioni che, secondo noi imprenditori, si devono affrontare in via prioritaria.
Vi sono politici nelle file dell’opposizione, ma anche in quelle della maggioranza, che auspicano elezioni anticipate. Gli italiani devono sapere che questo potrebbe significare altri sei mesi di paralisi decisionale con conseguenze disastrose per il nostro Paese, senza peraltro avere la sicurezza che il nuovo Governo sia, poi, in grado di prendere le misure necessarie per favorire lo sviluppo e il rilancio dell’economia.
Non spetta a noi imprenditori scegliere l’opzione migliore, ma riteniamo che per superare questa drammatica situazione, sarebbe opportuno che la classe politica, tutta, facesse uno sforzo comune, unitario, che portasse a scelte fondate su valori possibilmente condivisi. Deve agire oggi per garantirci un futuro degno della grandezza del nostro Paese. Subito, perché ogni giorno che passa senza che nulla accada, toglie efficacia ai risultati già raggiunti.
In questi stessi mesi, Signor Presidente, Lei stesso non ha mai mancato di ricordarci che siamo una grande economia, una società vitale e dinamica. Non ha lesinato parole per sottolineare quelli che chiama “i nostri titoli di forza”: la nostra grande storia, il nostro capitale umano e il nostro dinamismo imprenditoriale. Parole che, descrivendo una realtà di fatto, ci sollecitano a non perdere la speranza proprio perché possiamo contare su motivi concreti per continuare ad avere fiducia nel futuro.
Solo pochi giorni fa, poi, ha fatto eco alle sue espressioni di incoraggiamento il Governatore della Banca d’Italia, Mario Draghi. Proprio mentre ribadiva che “solo gli italiani possono salvare l’Italia”, anche lui ricordava la capacità del Paese di reagire in momenti di particolare gravità, grazie al suo sistema sociale, alla sua imprenditoria e ai suoi lavoratori, richiamando gli interventi necessari in ambiti essenziali per la crescita, come la giustizia civile, il sistema formativo, le liberalizzazioni, soprattutto nei settori dei servizi e delle professioni, le infrastrutture, la spesa pubblica, il mercato del lavoro, il sistema di protezione sociale.
Per noi Cavalieri del Lavoro, parole come queste sono molto di più di un’iniezione di fiducia. Sono molto di più di un invito a partecipare a quello scatto d’orgoglio che la situazione impone. Diventano una ‘chiamata a raccolta’ a cui sentiamo il dovere di rispondere. E di farlo tra i primi, convinti che chiunque abbia a cuore le sorti del Paese e più di tutti la classe politica, debba oggi più che mai dimostrare senso di responsabilità, determinazione nel perseguimento degli obiettivi comuni, capacità di catalizzare credibilità e generare fiducia.
Signor Presidente,
desidero ringraziarLa, anche a nome dei miei Colleghi tutti, per l’alto, fattivo ed equilibrato contributo che, ogni giorno, sta dando al Paese, vero baluardo nella difesa dei principi della nostra Costituzione.
Desidero assicurarLa che noi, Cavalieri del Lavoro, vogliamo continuare a portare la nostra opera, perché l’Italia e la sua economia possano finalmente ripartire, riacquistare dinamismo, ritrovare slancio vitale, coniugando rigore e solidarietà, competitività e innovazione e assicurare così un futuro ai nostri figli.
Grazie.




LA FEDERAZIONE
